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Scuola, Cassazione dà ragione a due insegnanti di religione di Arezzo: Miur ha abusato dei contratti a termine

Luca Serafini
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Alla fine hanno vinto loro, le due insegnanti aretine di religione tenute per cinque anni di fila in cattedra con reiterati contratti a tempo determinato: non si poteva, fu un “abuso” da parte della Scuola. Mentre il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in un acronimo Miur, finisce dietro la lavagna della Cassazione per essersi avvalso del lavoro delle prof in modo improprio. Ricorso respinto, cinque mensilità come risarcimento alle insegnanti, spese legali varie da pagare a carico del Ministero. Ma soprattutto, la bacchettata dei giudici supremi è nel diritto, sulla questione di principio al centro della disputa: insegnanti di religione e docenti ordinari delle varie materie non possono avere trattamenti diversi. Il tetto dei 36 mesi di lavoro con contratto a tempo determinato vale per tutti, afferma la Cassazione. Mentre invece si era creata una situazione per la quale il Miur sembrava abilitato ad attingere a suo piacimento dal “serbatoio” dei prof di religione senza tenere in alcun conto la regola che dopo tre anni di incarico annuale non si può reiterare: il contratto va stabilizzato. Già la Corte d’Appello di Firenze nel 2017 si era pronunciata in questo senso accogliendo in parte (risarcimento sì, conversione del rapporto no) la rivendicazione delle due ricorrenti, alla luce degli sviluppi della giurisprudenza in materia. Pur essendo inquadrato in modo diverso, sorretto dal gradimento dell’autorità ecclesiastica, per il lavoro di insegnante di religione la regola da applicare deve essere la stessa. La scuola aveva limitato al 70 per cento il fabbisogno totale delle cattedre di religione da coprire con contratti a tempo indeterminato, disciplinandone l’accesso mediante concorso per titoli ed esami, con un 30 per cento di riserva da assegnare mediante contratto di incarico annuale. Ma questa riserva, secondo i giudici di appello e di Cassazione, andava interpretata per “l’adeguamento flessibile del corpo insegnanti” in base alle fluttuazioni di frequenza nelle scuole (natalità, flussi migratori) tali da rendere incerto, anno per anno, il numero di insegnanti di religione effettivamente necessari. Ebbene, per i giudici quella partizione è stata invece mal interpretata dalla Scuola, ritenendo strutturale un 30 per cento di personale non di ruolo per quel tipo di insegnamento. La sentenza ad un certo punto, dice chiaro e tondo che la legge “consentiva l’uso del contratto a termine, ma non l’abuso”. E si afferma che non è “illimitata la possibilità di utilizzare il contratto a tempo determinato (nel lavoro pubblico come nel lavoro privato, e nonostante l’espansione del tipo contrattuale realizzata con i più recenti interventi normativi)”. “Al contrario, quando la precarietà assume i caratteri di una certa continuità e di durata nel tempo, deve presumersi che quella posizione lavorativa sia (diventata) una posizione stabile e continuare a coprirla con un contratto precario rappresenta un abuso”. Nel caso specifico, si legge in sentenza, “la Corte territoriale ha fondato l’accoglimento della domanda sulla reiterazione dei contratti, rimarcando in particolare che le insegnanti avevano prestato la loro attività in virtù di reiterati e consecutivi contratti annuali a decorrere dall’a.s. 2005-2006 (da epoca successiva al concorso del 2004) e per almeno cinque anni (fino al ricorso di primo grado), sicché si è certamente realizzato l’abuso riconnesso al mantenimento della precarietà, perché le ricorrenti, pur proseguendo ininterrottamente nell’insegnamento della religione cattolica, non avevano potuto fruire dell’indizione dei concorsi previsti dalla legge”.