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"Chiedo giustizia per mia moglie e mia figlia lesionate nel parto". I medici indagati, le cure, le difficoltà: serve casa più grande

Luca Serafini
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Gabriele Succi chiede verità e giustizia. Da due anni la vita gli ha rovesciato addosso una situazione pesantissima che ogni giorno affronta con cuore ed energie: la moglie Cristina e la figlia Caterina rese invalide dal parto in emergenza. Un infarto ha colpito Cristina e l’assenza di ossigeno ha provocato lesioni. Forse si poteva evitare tutto questo. E l’inchiesta della Procura, con quattro medici indagati, ha proprio lo scopo di fare chiarezza e accertare eventuali responsabilità.

Gabriele, come stanno Cristina e Caterina?

“Non bene. Ci sono stati progressi, sì, ma le loro condizioni sono compromesse, non sono autosufficienti, richiedono attenzioni e cure tutto il giorno. Caterina cresce, con le sue difficoltà, la porto sempre con me, un giorno anche al mare. Necessita di peg e tracheotomia, ha tre tate. Cristina è stazionaria, si trova all’istituto di Agazzi e qui a casa ad Alberoro ci sta due giorni la settimana, ma dall’8 agosto dovrebbe tornare in via definitiva. Ha bisogno di assistenza. Sorride, guarda la tv, si esprime a modo suo”. 

La famiglia potrà riunirsi.

“Sì ma la mia abitazione non è in grado di accogliere tutti noi e le strumentazioni che servono, i letti attrezzati ed i macchinari, il personale sanitario. Sto cercando una sistemazione diversa, potrei acquistare il piano di sopra e avere spazi maggiori, anche se dovrei accendere un secondo mutuo, ma ancora non c’è nulla di certo”.

In molti l’hanno aiutata per trovare le risorse per le terapie a Innsbruck, dove Cristina si è risvegliata dal coma. Serviranno altri sostegni?

“Penso proprio di sì. La situazione che vivo è molto complicata. Oltre al lavoro che svolgo per guadagnare da vivere devo mantenere forza e lucidità per portare avanti l’impegno, difficile e oneroso, che mi sono trovato sulle spalle a partire da quel 23 luglio”.

Il parto cesareo, dice la Procura, andava fatto prima e i medici, ginecologi e cardiologi, avrebbero sbagliato.

“Cristina aveva un problema di tachicardia ereditato dal padre. Questo non le impediva di fare attività fisica, anche zumba, eravamo stati in vacanza all’Elba e avevamo fatto passeggiate, andava in piscina. Prendeva delle pasticche, poi interrotte durante la gravidanza. Quel problema cardiaco, secondo gli specialisti che abbiamo sentito dopo quello che è successo, doveva indurre i medici ad una gestione della gravidanza diversa. Dovevamo avere informazioni e consapevolezza del rischio. Occorreva procedere con il parto cesareo appena possibile. Questo non è successo. La mattina del 23 luglio Cristina, al settimo mese, con una amica andò a Careggi per la visita cardiologica, con quel pancione, con quel caldo: fu rimandata a casa ma forse andavano prese altre decisioni. Poi si sentì male”.

Quindi la corsa al San Donato, il parto in emergenza, la mancanza di ossigeno che ha generato le gravi lesioni. Cartella clinica e tutti i passaggi tra ginecologo di fiducia e gli altri medici sono al vaglio del pm Marco Dioni, che ravvisa gli estremi per il rinvio a giudizio. L’avvocato Stefano Maccioni, di Roma assiste Gabriele. “Non c’è nessuno spirito di vendetta” dice il legale, che si è occupato di numerosi casi di responsabilità mediche, anche della nota vicenda di Stefano Cucchi. “Noi chiediamo verità e che questo fascicolo sia trattato con sollecitudine, qui si tratta di lesioni gravissime, di una situazione drammatica che necessita di spiegazioni, anche noi abbiamo prodotto una nostra consulenza tecnica, attendiamo lo sviluppo del procedimento”. I medici sono indagati (che in questa fase preliminare non vuol dire colpevoli) e dovrà verificare se sono stati responsabili di “omissioni, negligenze, imperizie”. Da parte di Gabriele, marito e padre che soffre e spera, c’è il sacrosanto diritto di sapere. S’è c’è stata superficialità, mancata valutazione del rischio, ritardo. Se quello che è successo è una fatalità o poteva essere evitato con una condotta diversa dei medici.