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Banca Etruria, "Boschi e gli altri non furono imprudenti e non aggravarono il dissesto che ancora non c'era". Le motivazioni delle assoluzioni

Luca Serafini
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Banca Etruria barcollava vistosamente ma intorno non c’era un gruppo di amministratori spericolati ed imprudenti che gettarono via oltre due milioni di euro in una girandola di consulenze inutili: no, dinanzi a quel malato grave, Bpel, i membri degli ultimi due cda tentarono ciò che era stato loro ordinato di fare da Banca d’Italia: “un’operazione a cuore aperto” per salvare la banca. Che però morì. Le 59 pagine delle motivazioni per l’assoluzione dell’ex vice presidente Pier Luigi Boschi e degli altri tredici imputati di bancarotta semplice, restituiscono l’immagine di un vorticoso darsi da fare in via Calamandrei, con incarichi distribuiti a destra e sinistra - costose consulenze legali, finanziarie e industriali - che ebbe risultato zero ma che non si può considerare reato, spiega ora il giudice Ada Grignani dopo che il 15 giugno ha chiuso il processo di primo grado con la formula: “il fatto non sussiste”. 

 

 

“L’attività di conferimento e di svolgimento delle consulenze, tra 2013 e 2014, è avvenuta per iniziativa della Banca d’Italia”, premette il giudice, ricordando come all’origine di quelle consulenze ci fosse la famosa lettera del governatore Ignazio Visco, datata 3 dicembre 2013, che “chiedendo l’aggregazione di Banca Etruria con un partner di adeguato standing in termini brevissimi” ha “indotto” Bpel a nominare consulenti e advisor finanziari e industriali. “Percorso che si è svolto sotto la supervisione della Banca d’Italia”. Nessuna autonoma alzata d’ingegno, quindi. 

 

 

 

Sì, ma la procura - che aveva chiesto condanne per tutti, un anno di reclusione per Boschi - contesta spese elevatissime, “smodate”, una matassa di soldi, tanto da intaccare “in notevole parte” il patrimonio della banca. Non sta così, per il giudice Grignani, che sposa larga parte delle tesi sostenute dalle difese, facendo propria anche l’immagine dell’operazione chirurgica “a cuore aperto” pronunciata in aula dall’avvocato di Boschi, Gildo Ursini. Le motivazioni dicono che “per conseguire l’obiettivo”, cioè salvare la banca, furono scelti “tra i migliori esperti nel panorama nazionale”. I nomi nelle carte sono: Scotti Camuzzi - Portale - Grande Stevens - Di Gravio e Zoppini - Mediobanca - Bain & Co. Un arco di tempo che va dal 26 luglio 2013 al 29 agosto 2014, e nel frattempo il 9 maggio 2014 il cda guidato da Giuseppe Fornasari era stato sostituito da quello guidato da Lorenzo Rosi.

 

 

 

Riprende il giudice: era “questione di vita o di morte”, salvataggio o fallimento della banca. Non si poteva certo affidarsi al primo che passava e anche la “onerosità” delle consulenze “va valutata non in sé ma in rapporto all’obiettivo, alla qualità dei professionisti individuati, alla natura e ai tempi contingentati dell’operazione”. E il giudizio su questi capi d’imputazione, evidenzia Grignani, va dato per come erano messe le cose allora e non alla luce del fatto che poi Etruria (“per ragioni differenti”) sprofondò: commissariata (10 febbraio 2015) e dichiarata insolvente (11 febbraio 2016) dopo la dolorosa risoluzione del 22 novembre 2015 con obbligazioni subordinate e azioni in fumo. 
Gli incarichi ai professionisti, poi, prevedevano una quota fissa ed una legata al successo dell’operazione, che non ci fu. La sostituzione del team, inoltre, avvenne al cambio dei presidenti di Etruria. E anche se si volessero definire soldi mal spesi, rappresentano tutti insieme “lo 0,7 del patrimonio” della Banca nel 2013, che era di 593,9 milioni: il che “non costituisce la notevole parte” come deve prevedere l’ipotesi della bancarotta semplice. 

 

 

La procura, con il pm Angela Masiello, aveva affondato il colpo affermando che - come percepito da Carmelo Barbagallo, della Vigilanza - tutta quella spesa era vana, quasi un bluff, perché in realtà l’aggregazione con Banca Popolare di Vicenza, in Bpel non la volevano affatto stringere. Solo un ciurlare nel manico, un temporeggiare a suon di quattrini. “Ma se questa fosse l’accusa, se fondata e documentata” osserva il giudice “sarebbe un’altra, di natura dolosa e non colposa”, diversa quindi dal capo d’imputazione. Qui invece si trattava di bancarotta semplice, contestata oltre che a Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena, ex ministro, ad Alessandro Benocci, Rosanna Bonollo, Claudia Bugno, Daniele Cabiati, Carlo Catanossi, Emanuele Cuccaro, Giovanni Grazzini, Alessandro Liberatori, Luigi Nannipieri, Luciano Nataloni, Annamaria Nocentini, Claudio Salini, Ilaria Tosti. Tutti assolti. Per il giudice Ada Grignani non c’è prova che gli incarichi ai vari studi legali e advisor furono “operazioni manifestamente imprudenti”. Non furono iniziative “avventate o scriteriate prive di ogni ragionevole probabilità di successo” e neanche si può dire che “consumarono una notevole parte del patrimonio della banca”. A vuoto anche l’accusa sulla mancanza di gare e di lacune nella contrattualizzazione: il Processo operativo aziendale, infatti, non si applicava a spese deliberate dal cda e dal presidente. “Il cda è sovrano nelle scelte amministrative e gestionali”.

 

 

E a tagliare la testa al toro è la parte in cui il giudice Grignani esclude la bancarotta in quanto del tutto slegata da un contesto di dissesto, che ancora non c’era. A fine 2013 c’erano 49 milioni in più rispetto alla soglia per il commissariamento. Certo, la vigilanza lamentava “criticità”, “incapacità nella governance”, proprio per questo pressava per il risanamento. L’ispezione di Emanuele Gatti descriveva un quadro a tinte scure ma concludeva per l’aggregazione non per lo stop: situazione delicata ma non di dissesto. Il giudice scrive: “Non poteva la soluzione propinata per evitare o calmierare l’eventuale dissesto (cioè le consulenze ndr.) averlo causato o aggravato”.
L’ispezione Di Veglia, successiva, non fa cenno alle consulenze come determinanti nel crac, idem la relazione del liquidatore Santoni. Quindi attività necessarie ed effettivamente svolte. Se poi furono inefficaci, è un altro discorso. Mancando dunque, in quel contesto temporale, l’elemento dissesto, il castello accusatorio della procura viene giù. “In nessuna delle deposizioni testimoniali o nei documenti acquisiti è emerso che l’affidamento delle consulenze contestate abbia aggravato un dissesto in atto” scrive Ada Grignani. L’avvocato Luca Fanfani, difensore dell’ex vice direttore Cuccaro: “Ancora una decisione che contribuisce a fare chiarezza sul caso Banca Etruria, alimentato e inquinato da anni di ignobile scontro politico e goffo rimpallo tra le istituzioni. Il giudice ha ritenuto le consulenze non solo legittime ma obbligatorie, a fronte dell’imperativo di aggregarsi, di Banca d’Italia, che di tali consulenze è stata l’’organo propulsore’”.
Nessuna dichiarazione ufficiale da parte del procuratore Roberto Rossi mentre si attende la fissazione dell’appello, a Firenze, per il filone principale per il crac. Tutti assolti, in venti, lo scorso ottobre nei vari filoni della presunta bancarotta fraudolenta con dissipazione di patrimonio. Ma la procura non ci sta ad una verità giudiziaria che sulla fine di Bpel, con i risparmi polverizzati, attribuisce genericamente colpe solo a pezzi di Stato e all’Europa e non riconosce responsabilità penali tra chi la banca naufragata la conduceva.