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Arezzo, non dichiarò al fisco i 4,2 milioni del furto del secolo: slitta ancora la sentenza per l'ex vigilante

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Slitta ancora la sentenza per l’evasione fiscale addebitata ad Antonio Di Stazio, l’ex vigilante della Securpol autore del colpo del secolo: verghe d’oro per 4,2 milioni di euro fatte sparire nel nulla. Secondo la procura di Arezzo la guardia giurata fedifraga doveva denunciare al fisco quella favolosa somma rubata dal furgone blindato che gli era stato affidato. E’ a processo per omesso versamento Irpef. Il giudice Giorgio Margheri ieri non ha potuto procedere all’udienza per l’assenza nel fascicolo della sentenza irrevocabile del procedimento per il furto, che attesta la condanna definitiva di Di Stazio. In questi due mesi nessuno ha messo a posto le carte e tutto è rimandato al 22 febbraio. Nuovo viaggio a vuoto per Di Stazio, salito dal Sud, dove abita, ad Arezzo. A difenderlo è l’avvocato Cristiano Cazzavacca. Lo scorso luglio il vigilante del clamoroso caso (avvenuto l’11 luglio 2016, furgone vuoto ritrovato a Badia al Pino) disse al <CF1402>Corriere </CF>di non aver intascato nulla: “Non sono scappato, mi sono costituito, ho scontato la pena fino all’ultimo giorno, tre anni e nove mesi. Conduco una vita semplice, mi arrangio, non sono ricco”. Ha 67 anni e questo mese scatta la pensione. Mistero totale, non una parola, sulla sparizione del metallo prezioso. Con il timore per le “minacce” ricevute, e l’impressione che fosse una pedina di un gioco più grande, mai scoperto. Per la legge gli illeciti profitti sono soggetti a tassazione e devono essere dichiarati nel reddito, ma secondo la difesa l’ex vigilante non risulta avere mai avuto nelle disponibilità la somma del maxi furto, non ha mai ammesso di averli presi e pertanto era suo diritto, in un sistema garantista, non autodenunciarsi dichiarandoli al fisco.

L.S.