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Banca Etruria, gli ex citati per danni dal commissario liquidatore per 300 milioni: si cerca accordo per transazione

Luca Serafini
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Si lavora ad un accordo tra gli ex di Banca Etruria e il commissario liquidatore dell’istituto di credito fallito, Giuseppe Santoni, per chiudere la questione dei 300 milioni di euro di risarcimento danni. Una cifra richiesta a una trentina di persone - amministratori, revisori, dirigenti di Bpel - come prezzo da pagare per la “mala gestio” della banca. Mentre sul versante penale non emergono responsabilità personali e si susseguono le assoluzioni, resta invece in piedi sul fronte civile, e può fare molto male, l’azione di responsabilità. Prossima udienza davanti al tribunale delle imprese di Roma il 14 novembre. Chiamati in causa big e no: membri degli ultimi tre cda, dirigenti e revisori delle ultime stagioni di vita della Popolare dal 2010 al commissariamento del 2015. Le attività “errate”, ai vari livelli di competenza, che avrebbero prodotto il declino di Bpel sono state rilevate nel corso delle ispezioni di Banca d’Italia ed è di queste che i citati (saliti a 38 perché ci sono gli eredi dei defunti) sono chiamati a rispondere. I 300 milioni di partenza indicati dal liquidatore nel 2016 nel frattempo sono lievitati, anzi raddoppiati, per effetto degli interessi. Ora però c’è qualcosa che si sta muovendo tra gli avvocati, un alacre lavoro volto a mettere in piedi la transazione economica, un’intesa che sia reciprocamente soddisfacente, per porre la parola fine al procedimento. Ma i numeri sono tutti da definire. E’ chiaro che il punto di caduta sarebbe molto inferiore a quanto rivendicato da Santoni in prima battuta, ma il commissario liquidatore di Etruria avrebbe modo di monetizzare a stretto giro, senza attendere la conclusione di un iter costoso e lunghissimo (chiamati in causa la stessa Banca d’Italia, Consob, le compagnie assicurative). L’azione di responsabilità vede a fianco di Santoni anche Banca Intesa, che ha inglobato Ubi, la banca che incorporò l’istituto di via Calamandrei messo in risoluzione. I citati avrebbero “spolpato” l'istituto di credito con “errori madornali” e una serie di “erogazioni imprudenti ed in conflitto di interesse”. Coinvolto nella vicenda è anche Pier Luigi Boschi, ex vice presidente, babbo della ex ministra Maria Elena, assolto nel filone delle “consulenze d'oro” dall’accusa di bancarotta semplice; citati sono l’ex presidente Giuseppe Fornasari e l’ex direttore Luca Bronchi, condannati a 5 anni per bancarotta in primo grado con rito abbreviato, e che tra qualche mese dovrebbero concretizzare la via del concordato in appello; nel gruppo ci sono Lorenzo Rosi, l'ultimo presidente di Etruria, uscito assolto nel maxi processo come tutti gli altri (eccezion fatta per Alberto Rigotti) a partire dagli ex vice presidenti Giovanni Inghirami e Natalino Guerrini fino alle altre posizioni. Proprio quella sentenza dell’ottobre 2021 (“il fatto non sussiste”) seppur impugnata dalla procura e in attesa di appello, scalfisce un po’ l'impalcatura dell'azione di responsabilità - “non ci fu dissipazione del patrimonio” - ed apre la strada della transazione con margini di riuscita. Al di là del penale, ai 38 vengono contestate sotto il profilo civile scelte e attività configurate come cattiva gestione. Tra i legali che assistono gli ex di Etruria citati dinanzi al tribunale delle imprese, ci sono il professor Gian Franco Ricci Albergotti, gli avvocati Corrado Brilli, Stefano Tenti e Osvaldo Fratini. Non rientrerebbe nella transazione la società di revisione Price Waterhouse. Una eventuale intesa - con ripartizione della spesa - non restituirebbe comunque agli ex di Bpel i patrimoni sotto sequestro. In quel caso lo stop è legato al processo per bancarotta e i sigilli verranno tolti solo ad assoluzione definitiva.