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Arezzo, l'archeologo Cherici: "Tesori a Castelsecco? I resti del santuario sono già un tesoro straordinario ma da valorizzare"

Luca Serafini
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Le antiche statue ritrovate a San Casciano dei Bagni in provincia di Siena, hanno generato un interesse “virale” per l’archeologia. Tutti incantati, anche chi prima non se la filava. Voglia di scoperte, di tesori. Sotto casa o nel proprio territorio. Ne parliamo con il professor Armando Cherici, storico e archeologo, ex assessore alla cultura al Comune di Arezzo.

Come spiega questo entusiasmo generale?

“Probabilmente per la quantità dei pezzi, 24, per il materiale affascinante che è il bronzo, per lo stato di conservazione. Quello che si vede oggi è solo una parte dei rinvenimenti che proseguono da quando c’è la missione dell’Università di Siena. Il complesso riemerso adesso, straordinario, ha dato vita ad un interesse così diffuso”.

Molti chiedono, ad Arezzo, che si scavi a Castelsecco.

“L’archeologia non è una caccia al tesoro ed è sbagliato cavalcare l’onda dell’emozione. L’area archeologica di Castelsecco è già di per sé un tesoro, non c’è da cercarlo. E’ lì. Attende di essere valorizzato. Un santuario della stessa epoca di quello di San Casciano, tra la fine della civiltà etrusca e la romanizzazione, a cavallo di tre secoli dal II a.C. al I d.C. Un muraglione imponente, il teatro, il santuario. E’ un luogo bellissimo dal punto di vista ambientale, dalle grandi potenzialità, non sfruttate. Qui come a San Casciano si tratta di luoghi di culto salutare. A San Casciano la falda ha conservato i bronzi nel fango, fino a quando qualcuno è andato in modo mirato con i mezzi di una università. Ad Arezzo siamo in vetta ad un poggio e qui in passato c’è stato a lungo un podere nel quale durante l’Ottocento furono trovati centinaia di bronzetti venduti ad antiquari fiorentini. Venivano dal contadino che arando li trovava e li portavano via. Hanno ripulito tutto”.

 

 

 

Proprio tutto?

“Forse qualcosa può ancora esserci, in una zona inesplorata, ma la situazione è ben diversa da San Casciano dove quella falda ha protetto le statue”.

Cosa si faceva nell’antichità a Castelsecco?

“Quello che si faceva a San Casciano: si chiedeva la guarigione alle divinità. Un luogo di culto per fedeli di ceti e di rango diversi che parlavano etrusco e iniziavano a parlare il latino e andavano al santuario nella speranza che la divinità rendesse loro la salute. Mentre a San Cornelio c’era solo la fede, a San Casciano c’erano anche gli effetti dell’acqua termale. Protomedicina. Questo lo rendeva più ricco e frequentato”.

 

 

 

Perché si dice Castelsecco e San Cornelio per lo stesso luogo?

“San Cornelio è un toponimo legato alla costruzione dell’edicola religiosa in epoca moderna, dedicata ai santi Cipriano e Cornelio. Nel tempo prevalse il secondo santo perché alla fine dell’Ottocento c’era la tradizione ad Arezzo di fare una gita là da parte dei cornuti, gli uomini che si dichiaravano tali. E forse in questa usanza c’è un richiamo al culto precristiano legato al parto, alle nascite, al copulare. Il toponimo Castelsecco si rifà alla natura del luogo o alla muratura a secco”.

Da zero a dieci, quanto è valorizzata l’area?

“Sotto lo zero. Varrebbe dieci. E si presta meglio di San Casciano per le caratteristiche ambientali, vicino alla superstrada, facile da raggiungere, uno spazio non umido”.

 

 

 

Cosa fare?

“Crederci. Con un progetto concreto. Il teatro fu interrato per preservarlo dalle moto da cross. Era diventato una pista. Va creata una narrazione, un percorso, una spiegazione dei resti che ci sono, affinché il visitatore possa capire e apprezzare”.

Cosa è mancato finora?

“Una sinergia tra il Comune, proprietario dell’area ed enti preposti alla valorizzazione. C’è l’associazione Castelsecco che si impegna ma da sola non può risolvere certo la situazione”.

Quindi?

“Va realizzato qualcosa di attrattivo in chiave di svago e di fruizione, capace di calamitare investimenti economici. Quando ero assessore tentai. Occorre riprovare. Ad Arezzo per l’Anfiteatro registro passi in avanti importanti, grazie alla direzione del museo che opera positivamente. Castelsecco e lì che aspetta il suo turno”.