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Arezzo, baby gang: il trapper Montana davanti al gup, Cassazione respinge istanza di incompatibilità

Luca Serafini
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No ad un processo “in campo neutro” al trapper Montana, ritenuto il capo della baby gang che per mesi ha imperversato ad Arezzo con aggressioni e prepotenze. La Cassazione ha respinto l’istanza del giovane che attraverso il suo avvocato sollevava una questione di “incompatibilità”: riteneva che il processo al tribunale di Arezzo potesse essere condizionato da pregiudizi e quindi non equo.

La Suprema Corte ha spazzato via ogni dubbio sulla imparzialità dei giudici aretini ed il gup Stefano Cascone ha quindi potuto fissare per martedì 6 dicembre l’udienza preliminare. Quel giorno Walid Rakia comparirà a palazzo di giustizia, accusato per una lunga serie di episodi che vedono coinvolti anche sedici giovanissimi dei quali però si occupa il tribunale dei minorenni di Firenze in quanto erano tutti under 18 al momento dei fatti.

Il leader, che invece era maggiorenne, ed un altro coetaneo passano invece dinanzi ai giudici del tribunale aretino. Le indagini coordinate dal pm Julia Maggiore e svolte sul campo da Squadra mobile e Polizia municipale, attribuiscono a Walid Rakia, il ruolo di capo carismatico di quella che viene definita una “associazione a delinquere”.

Tutto è ovviamente da dimostrare e da soppesare: nessuno è colpevole fino al terzo grado di giudizio. Compreso Montana, ragazzo cresciuto in un contesto familiare non facile, appassionato di musica, le cui condotte lo hanno portato a sbattere più volte contro la legge. Dopo l’arresto avvenuto ad Arezzo a marzo aveva ottenuto i domiciliari presso la madre, al nord. Ma ora risulta in cella per non essersi attenuto alle restrizioni cautelari. Lo difende l'avvocato Alberto Maraschi di Lodi. Se la strisciata di episodi avvenuti nel 2021 in città sono da qualificare come “ragazzate” o azioni delinquenziali lo stabilirà, alla fine, il processo. Il legale lombardo invita ad andare piano con espressioni tipo boss e gang, mutuate da contesti di criminalità organizzata.

Che si sia trattato di un fenomeno negativo, preoccupante, grave, nessuno può negarlo dinanzi alle ricostruzioni fatte dagli inquirenti: giovani aggrediti, esercizio della violenza per affermare il dominio della famiglia Montana, rapine, droga, video e immagini con armi. Il vice sindaco Lucia Tanti, assessore al sociale al Comune di Arezzo, a più riprese è intervenuta sulla delicata vicenda, rimettendosi alle decisioni della giustizia ma invitando il ragazzo a chiedere “scusa” alla città. Gli arresti di maggio, preceduti da quello di Walid, furono la risposta importante delle forze dell’ordine al malessere e all’inquietudine che serpeggiavano tra piazza Sant’Agostino, il Prato, i Portici, le Scale Mobili.

Cellulari e pochi euro strappati di mano per il gusto della prepotenza; coltelli, minacce, botte. Video poco rassicuranti. Una “organizzazione” piramidale, riferì la Questura, dove in cima ci sarebbe stato proprio lui, Montana, nome tratto dal film Scarface. Con gli altri del gruppo che potevano fregiarsi dello stesso titolo se erano ligi ad un certo codice di comportamento.

Gerarchie interne, possibilità di scalare nella “struttura” del potere della gang. Ora si avvicina il momento in cui il giovanissimo Walid, molto attivo sui social fino a quando gli è stato possibile, potrà dire la sua, esporre la sua verità, magari correggere il tiro dell’accusa che gli viene mossa. O chiedere scusa, in un percorso di consapevolezza e riabilitazione, come alcuni ragazzi - i bulli dell’aggressione al giovane cieco al parcheggio Pietri - che hanno chiesto di pagare con la messa alla prova: volontariato. Il primo ad affrontare l’udienza, dunque ad Arezzo e non altrove, è il leader. Poi verrà il turno, a Firenze, dei 16 giovani (anni 2003, 2004, 2005) nati ad Arezzo, uno a Treviso, uno in Romania, uno in Etiopia, due in Tunisia, tre in Marocco ritenuti membri della baby gang.