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Arezzo, procreazione assistita: le mamme dei gemelli di Anghiari scrivono a Giorgia Meloni. "Colmare vuoto legislativo nell'interesse dei bambini"

Luca Serafini
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Le mamme di Anghiari hanno scritto al premier Giorgia Meloni e ai vertici di Camera e Senato. Dopo il no del Tribunale di Arezzo alla loro richiesta di poter dare il cognome di entrambe ai gemelli nati da procreazione medicalmente assistita, cui si sono sottoposte tutte e due, si rivolgono ora allo Stato per esporre il loro caso e quello di altre coppie formate da persone dello stesso sesso o di sessi diversi. 

E’ l’avvocato Ramona Borri che ha messo per iscritto la vicenda e gli interrogativi che pone, inviando la missiva al presidente del Consiglio dei Ministri, Meloni, ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, al Ministero della Giustizia Carlo Nordio, al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, al Dipartimento delle Pari Opportunità. Il tema sottoposto è quello dei figli nati da genitori dello stesso sesso (ma anche di sesso diverso) da PMA: sarebbero discriminati per un vuoto legislativo da colmare.

 Le due mamme di Anghiari, attraverso l’avvocato Borri, chiedono una riflessione che sia libera da “pregiudizi di qualsivoglia natura, politici, economici, pedagogici” per focalizzare invece l’attenzione sulle “disparità che l’attuale mancanza di normativa ha creato e crea, non tanto tra le varie coppie di genitori quanto tra i figli passati, presenti e futuri, al fine di evitare loro il marchio di una “diversità” in pejus così come deficit di protezione”. 

I due gemellini nati a giugno scorso al San Donato di Arezzo vengono riconosciuti dallo Stato figli soltanto della donna che li ha partoriti, escludendo l’altra che pure ha partecipato al loro concepimento con inseminazione artificiale. 
La storia di E.H. e A.R. - le iniziali delle due donne che ancora preferiscono non manifestarsi in modo palese - è balzata sulle cronache locali e nazionali dopo che il Corriere di Arezzo ha esposto il loro caso: già conviventi da oltre 10 anni, hanno contratto unione civile avanti al Comune di Anghiari il 5.6.2021 per poi sottoporsi entrambe a PMA in Barcellona, nell’ottobre del 2021.

 “A seguito dell’avvenuta fecondazione degli ovociti donati dalla Sig.ra H., e successivamente trasferiti in ambiente uterino della Sig.ra R.” espone l’avvocato Ramona Borri al premier Meloni, ai ministri e ai presidenti dei due rami del Parlamento, “in data 14.6.2022 sono nati due gemelli che alla dichiarazione di nascita hanno acquisito il cognome della sola madre partoriente, appunto la Sig.ra R., con tutte le conseguenze, giuridico - pratiche, che la legge impone”. 

L’avvocato prosegue: “La normativa italiana qualifica come madre solo la donna partoriente e vieta alle coppie dello stesso sesso di accedere alla procedura di Procreazione medicalmente assistita. Ma è noto che numerosi altri paesi in Europa, consentendo all’opposto anche alla coppie “same sex” di sottoporsi alla PMA, favoriscano il nascere, nel nostro Paese, di situazioni ben più che inique, in relazione a tutti quei soggetti che non hanno altra scelta se non quella della “migrazione”, al fine di realizzare il loro desiderio di genitorialità”.

La sentenza del tribunale di Arezzo dello scorso 10 novembre era scontata: no alla rettifica dell’atto di nascita dei figli della coppia mediante aggiunta del cognome della “seconda” madre (H.), ai sensi degli articolo 95 e seguenti del Dpr 396/2000. Ma il problema rimane, tant’è vero che dalla sentenza dello stesso Tribunale traspare il “rammarico” di non poter rendere giustizia alla richiesta pervenuta dalle due cittadine.

“Questo Collegio - scrivono i magistrati, presidente il giudice Lucia Faltoni, relatore Alessia Caprio - è pienamente consapevole della sussistenza, sul piano fattuale, di un concreto rapporto genitoriale non solo intenzionale ed affettivo ma anche biologico tra i minori ed entrambe le ricorrenti” tuttavia non può conferirgli “riconoscimento sul piano giuridico richiesto, stante l’assenza, allo stato attuale, di strumenti normativi tali da consentire l’accoglimento della domanda”. Il Tribunale fa rispettare le leggi e non può sostituirsi al legislatore per colmare il vuoto giurisprudenziale.

Oggi l’unica certezza è il divieto di accesso alla PMA da parte di coppie dello stesso sesso, come disposto dalla L. 40/2004.
Le mamme di Anghiari sollevano quindi la “necessità di far luce e regolamentare casistiche dai risvolti pratici potenzialmente catastrofici sia sul piano giuridico che morale”. Intanto la “signora H.”, madre biologica, genetica, dei piccoli gemelli, dovrà valutare se intraprendere il percorso di “adozione in casi particolari” dei propri figli. Un paradosso, dato che è già madre dei gemelli.

“Vi è un legame genetico tra madre e figli il cui interesse la normativa europea impone di tutelare (Art. 3 Convenzione dei diritti del fanciullo), rimasto privo di assistenza dato che non esiste in Italia una legge che disciplini la materia”, riporta la lettera. L’appello delle due donne è quello dunque di studiare il delicato tema “per dare voce esclusivamente all’interesse dei minori”. Una nuova normativa coerente con “principi internazionali e costituzionalmente orientata, che permetta a coppie omosessuali e non, di poter avere tutela della loro genitorialità e di conseguenza dell’interesse dei propri figli”.

La questione non riguarda solo R. e H. e le sole coppie “same sex” ma anche genitori eterosessuali “con problematiche di fertilità, che la giurisprudenza definisce “intenzionali”, in quanto non biologici ma psicologicamente e materialmente fortemente determinati ad assumere la responsabilità genitoriale”.