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Ladro ucciso, un anno dopo il gommista Fredy tra archiviazione e processo

Fredy Pacini, il manichino e Vitalie Mircea Tonjoc

Luca Serafini
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Legittima difesa, a un anno di distanza la giustizia non si è ancora espressa sul caso di Fredy Pacini, il gommista di Monte San Savino che sparò al ladro entrato in ditta e lo uccise. Era il 28 novembre 2018, nel capannone di via della Costituzione, dove il 58enne Pacini dormiva da tempo, esasperato dai furti. Con sé aveva una pistola regolarmente detenuta. La usò. La banda di ladri a colpi di mazza sfondò la vetrina dell'attività di gommista e vendita biciclette, già saccheggiata in passato. Svegliato dai rumori, Pacini dal soppalco dove aveva ricavato la camera, in quella fase concitata vedendo che i malviventi non si fermavano, esplose cinque colpi. Uno fu fatale a Vitalie Mircea Tonjoc, 29 anni, moldavo, con certificato penale ricco di precedenti. Stramazzò sul piazzale, gli altri scapparono. Alle 3.47 lo stesso Fredy Pacini telefonò ai carabinieri. Legittima difesa putativa, questa la conclusione del pm Andrea Claudiani che dopo aver indagato il gommista per eccesso di legittima difesa, nel mese di maggio 2019 ha chiesto l'archiviazione del caso. La procura di Arezzo in base alla vecchia legge in materia, ritiene che, nonostante l'omicidio non sia frutto di un incidente, la condotta di Pacini sia giustificabile, considerate le condizioni particolari di quel momento, in cui percepì, anche valutando in modo erroneo, di essere in pericolo di vita: solo, di notte, in zona isolata, senza vie di fuga, di fronte a criminali senza scrupoli armati di mazze e forse armi. Sparò, secondo il pm, non in modo gratuito ma per tutelare la sua incolumità, anche se non era stato ancora direttamente minacciato dalla vittima. Il gip Angela Avila non si è ancora espressa. Caso complesso, valutazione da ponderare. La sorella della vittima ha presentato una memoria, nella quale invita a valutare tutti gli aspetti della vicenda. Cresce l'attesa intorno a un caso che suscitò grande impressione. L'allora ministro Matteo Salvini telefonò subito a Fredy e quando la procura ha chiesto l'archiviazione, parlò di "buona notizia". Ci furono manifestazioni e striscioni di solidarietà per Fredy, che prosegue il suo lavoro nella ditta e dopo il fatto di sangue non ha più dormito all'interno, armato, scelta che lo stesso pm ha definito non opportuna. Un anno dopo resta in bilico tra archiviazione e processo, dopo aver collaborato alle indagini fornendo tutte le spiegazioni. In ditta eseguita anche una ricostruzione balistica con il manichino per studiare la direzione dei colpi che furono esplosi dall'alto in basso, non verso la testa e il busto del ladro.