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Arezzo, marito condannato: "Non ho stuprato mia moglie". La sua versione: lui, lei e l'altro

Luigi Ciaramella

Luca Serafini
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“Non sono uno stupratore”. Luigi Ciaramella ha trascorso il Natale con il peso sulle spalle della condanna a 7 anni e 9 mesi di reclusione ricevuta il 18 dicembre dal tribunale di Arezzo. Una mazzata che il cortonese maestro di arti marziali non accetta. “Non ho violentato mia moglie”, dice al Corriere di Arezzo. “E' un'ingiustizia, un errore. E in appello confido che venga corretto. Quella sera, quando la trovai in auto con l'altro, certamente ero molto irritato ma poi ci siamo uniti in modo consensuale. Infatti mia moglie ha ritrattato, ma non è stata ascoltata”. Le feste di un anno fa Ciaramella le passò rinchiuso in carcere e quell'esperienza lo ha segnato. Ora la prospettiva di doverci tornare, in caso di sentenza definitiva, è un incubo. “Questi giorni passati con i miei figli, che ogni tanto posso vedere, mi danno forza e un po' di serenità. Ho una nuova compagna, con mia moglie siamo divisi ma il rapporto è buono. Ci siamo scambiati gli auguri, ci sentiamo per i figli ma non solo. Anche se siamo separati io le do consigli e lei mi aiuta in questo momento per me difficile dato che sono senza lavoro. Quando io sono uscito dal carcere lei è tornata da me spontaneamente, siamo stati insieme anche nell'intimità, abbiamo riprovato”.  La storia travagliata della coppia comincia quando lei è piccolissima. “La conosco da quando aveva undici anni e mezzo” racconta Luigi, 38 anni. “Frequentavamo la stessa palestra, anche lei come me è cintura nera. Io, più grande, lei una bambina. Dopo diverso tempo, quando aveva quindici anni e mezzo, io ebbi un infortunio e rimasi ustionato, lei corse ad accudirmi e rimase a fianco a me. Ci siamo messi insieme e nel 2010 ci siamo sposati”. Due figli, la comune passione per il karatè, un matrimonio che va avanti con qualche difficoltà. “Quando è successo il fatto eravamo separati, un tira e molla”, continua Ciaramella. Abitazioni diverse, ognuno che coltiva le sue frequentazioni. “E' stato detto che io ho stuprato mia moglie accecato dalla gelosia, per punirla. Non è così. Da alcuni giorni ero preoccupato per il fatto che, secondo me, mia moglie lasciava i figli soli per uscire. E questo non andava bene e forse era il caso di coinvolgere gli assistenti sociali. Quella sera, intuito che lei potesse uscire lasciando i bambini in casa, ho preso la macchina e sono andato a controllare. Ho visto che era fuori in macchina con l'altro. Ho aspettato qualche minuto, quando però mi è sembrato troppo, sono andato da loro". Un atteggiamento aggressivo, descritto nei verbali dei carabinieri, con calci all'auto, mani alzate sul giovane (che ha ritirato la querela), uno schiaffo alla moglie poi presa per i capelli per tirarla fuori dall'abitacolo. “Siamo entrati in casa, mentre l'altro se n'è andato. Ed è stati lui a chiamare i carabinieri che poi ci siamo visti arrivare.” Ma nel frattempo cosa era successo? “Ero preoccupato per i bambini. Una volta in casa ho visto mio figlio che saltava sul letto a castello e ho detto a mia moglie: ecco, vedi, e se cadeva mentre tu eri fuori? Abbiamo discusso della nostra situazione. Abbiamo fumato insieme, prima e dopo il rapporto. Siamo andati a letto insieme, ho chiuso la porta della cameretta dei ragazzi. C'era una scommessa tra di noi che, se uno avesse perso, avrebbe dovuto compiacere l'altro. Dato che lei l'aveva persa abbiamo iniziato il rapporto, senza alcuna violenza, anzi per fare pace facendo l'amore. Lo ripeto, non ho stuprato mia moglie.” Eppure la versione riferita dalla donna al capitano dei carabinieri Monica Dallari, intervenuta sul posto, sarà quella. In realtà inizialmente con i primi militari intervenuti parlò solo di uno schiaffo, poi con l'ufficiale donna uscì fuori il macigno che ha portato alla condanna. “Ma mia moglie dopo quelle prime dichiarazioni, ha cambiato totalmente versione. Ha rimesso la querela, però il reato ormai configurato non si poteva annullare e il processo è andato avanti”, reclama Luigi. Sentita con incidente probatorio, la donna confermò pure, per questo in aula non è stata richiamata per deporre la nuova dinamica dei fatti. “Ecco, questo non è giusto: non si è voluto tener conto di questa verità. Si è detto che mia moglie si sentisse pressata e minacciata, ma non è così. Si è voluto descrivere un fatto partendo dall'idea standard del marito violento, geloso e stupratore, quando la realtà è più complessa. Lei è tornata da me quando sono uscito dal carcere, nessuno l'ha costretta, abbiamo provato a ricucire il rapporto, ci siamo frequentati di nuovo anche se lei, quando non c'ero, aveva la sua vita e le sue frequentazioni”. Quando quella sera di maggio 2018 i carabinieri arrivano sul posto, tra Cortona e Castiglion Fiorentino, e ascoltano la donna, Luigi, fuori, conversa con i militari dell'Arma che erano stati colleghi del suo babbo, morto qualche anno prima. "Tutto pensavo, meno che sarebbe cominciato per me questo incubo. C'era stata una scenata, una situazione movimentata, ma era finita lì. Invece, eccomi qui con questa condanna. Ho sporcato anche la divisa di mio babbo senza volerlo, senza meritare una punizione del genere.” La sentenza del 18 dicembre tiene conto anche della pistola a forma di penna che Luigi aveva sul comodino di camera. “Mio babbo, appassionato di armi, ne aveva in quantità e tutte denunciate. Un giorno in un cassetto vidi che aveva pure quella, chissà come venuta in suo possesso, e mi disse di non toccarla. Non l'ho mai usata, la tenevo comunque in sicurezza”. Ma non è questo il reato che spaventa Luigi. Quando saranno rese note le motivazioni, con il suo avvocato Domenico Nucci, ricorrerà in appello. “Sono stato otto mesi e mezzo ingiustamente in prigione: chi è accusato di stupro viene trattato malissimo”, conclude Luigi Ciaramella “nella mia cella pioveva, chiedevo aiuto e mi dissero: arrangiati. Con i lacci delle scarpe ho dovuto legare una catinella sopra al letto perché mi riparasse. Così, solo per dare un'idea. Non sono uno stupratore, non merito questa pena. La verità è un'altra”.