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Uccise Katia a martellate, Cassazione decide su Piter condannato a 14 anni

Luca Serafini
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E' il giorno di Piter. Oggi, mercoledì 29 gennaio 2020, la Cassazione decide se i 14 anni di reclusione che sta scontando in carcere sono la giusta punizione per aver ucciso a martellate Katia Dell'Omarino. La difesa di Piter Polverini ritiene siano troppi e chiede che la pena venga ridotta. Il giovane attende il verdetto, previsto per stasera, nel carcere di Orvieto dove è rinchiuso. Mentre la mamma, il fratello e la cognata della vittima aspettano l'esito a Sansepolcro dove vivono. E dove nella notte tra 11 e 12 luglio 2016 si consumò il delitto. Piter e Katia si erano appartati in una zona buia vicino al torrente Afra. Ci fu un atto sessuale in auto. La 39enne voleva dei soldi in più, dieci euro, ma il ragazzo si oppose. Ne nacque una lite. Polverini si sentì minacciato perché lei poteva sciupare la sua immagine di giovanotto per bene raccontando tutto, perfino ai carabinieri. Perse il lume della ragione, complice il parziale vizio di mente poi riconosciuto con una perizia, e colpì Katia a calci e pugni. Quindi afferrò il martello dalla cassetta degli attrezzi nel baule e massacrò la donna al capo. Infine gettò il corpo nel fosso e sparì. Le telecamere del centro storico di Sansepolcro indirizzarono le indagini, le tracce di liquido organico sui fazzolettini nel luogo del delitto incrociate col dna del ragazzo portarono i carabinieri verso l'assassino. Piter fu arrestato il 16 settembre. In carcere fa il cuoco, ha perso molti chili, ha abbracciato la fede evangelica. Si prepara a tornare prima o poi nella società. Meglio prima che poi. Spera. In primo grado ad Arezzo prese 16 anni, inflitti dal gup Piergiorgio Ponticelli, nel giudizio con rito abbreviato (sconto di un terzo della pena). Ma gli anni sono scesi a 14 in appello per la diversa valutazione dei giudici fiorentini. Oggi a Roma gli avvocati Mario Cherubini e Piero Melani Graverini puntano a eliminare l'aggravante della “minorata difesa” perché sostengono che non fu una scelta strategica di Piter quella di portare Katia in luogo appartato e buio, ma fu proprio lei a condurlo là, dopo essere partiti assieme dal bar di Sansepolcro. E la difesa punta a far riconoscere l'attenuante della “provocazione”: Polverini avrebbe agito dopo uno spintone e minacciato. La Suprema Corte può respingere le doglianze e confermare la sentenza, o invece riscriverla. O rinviare tutto di nuovo in appello. Una perizia psichiatrica ha riconosciuto a Piter un disturbo della personalità  e questo ha influito nel processo. I familiari di Katia, stretti tra dolore e amarezza, sono parte civile con l'avvocato Anna Boncompagni: chiedono giustizia per un delitto che non è stato qualificato come “crudele”, ma per loro lo è stato. E la ferita è ancora aperta.