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Omicidio di Katia per dieci euro, Piter: "Pago per quello che ho fatto"

Luca Serafini
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“Ora è finita”. Tirano un sospiro mamma Annamaria e il figlio Paolo. “Ha ucciso la nostra Katia in quel modo terribile e non era giusto che ottenesse un altro sconto di pena”. Restano intatti i 14 anni di reclusione inflitti a Piter Polverini, l'assassino di Katia Dell'Omarino, uccisa a martellate per una lite su dieci euro dopo un rapporto sessuale. La Cassazione ha respinto il ricorso della difesa: “Inammissibile”. E a Sansepolcro la madre e il fratello della donna uccisa a martellate, sciolgono l'attesa e la tensione con poche eloquenti parole. Dignità, non rancore. E voglia di giustizia. “Il timore che avevano” spiega l'avvocato Anna Boncompagni, che li ha rappresentati come parte civile, era che la pena per Polverini, già scesa da 16 a 14 anni in appello, venisse ulteriormente ridotta”. Questo avrebbe reso più amaro il vuoto e il dolore a casa Dell'Omarino. Lui, Piter, 27 anni, ex impiegato della sala scommesse di Arezzo, ieri sera ha ricevuto la notizia nella cella del carcere di Orvieto dove è rinchiuso. Un detenuto modello, dicono al penitenziario. Lavora in cucina, si è battezzato abbracciando la religione evangelica, sta alla larga da giri sconsigliati. “Non siamo riusciti ancora a parlarci, ma prima del verdetto era assolutamente sereno e pronto a qualsiasi esito”, dice la signora Patrizia, che lo ha cresciuto dopo la morte della mamma, persa da ragazzino. “Piter ci ha detto: pago quello che devo pagare. Sono consapevole di quello che ho commesso e del male che ho arrecato”. Dei 14 anni di reclusione una prima fetta se n'è già andata: fu arrestato all'alba del 16 settembre 2016 a casa a San Giustino umbro. Ogni anno che passa, la buona condotta abbuona 90 giorni di detenzione. E dopo sette anni potrà usufruire dei primi permessi. Insomma, davanti ha una vita. Può riscattarsi, ricominciare tutto da capo. Katia Dell'Omarino invece riposa al cimitero di Sansepolcro. La trovarono la mattina del 12 luglio 2016 tra i rovi del torrente Afra con il cranio fracassato. Un giallo. Ci volle un pò per ricostruire tutto, ma i carabinieri furono bravi. Risalirono a quel giovanotto taciturno, con gli occhialetti tondi e la barbetta rossa. La sua solitudine e la noia si incrociarono al bar con il bisogno di soldi della 39enne. Andarono ad appartarsi nella campagna. Poi lei voleva dieci euro in più del pattuito. Lui disse di no. Lei lo avrebbe minacciato: “Racconto tutto, ti denuncio”. Dalle spinte ai calci, ai pugni. Poi il martello. Un massacro. La fuga. Quindi il tentativo di mimetizzarsi nella normalità. Omicidio volontario aggravato dalla “minorata difesa”. Gli avvocati Mario Cherubini e Piero Melani Graverini hanno cercato di limare ulteriormente la condanna togliendo proprio quell'aspetto. E facendo riconoscere l'attenuante della “provocazione”. Nei processi di primo e secondo grado si è tenuto anche conto del vizio parziale di mente (disturbo della personalità) e, in appello, delle attenuanti generiche. I supremi giudici hanno detto no ad una nuova sforbiciata alla condanna. Le motivazioni saranno note più avanti. Confermati anche i risarcimenti (per ora non avuti) a favore dei familiari: diverse centinaia di migliaia di euro.