Arezzo, morto nella strage di Bologna. I sospetti dei Procelli, il mozzicone di sigaretta di Gelli

Roberto Procelli, morto a 21 anni nella strage

Inchiesta sui mandanti

Arezzo, morto nella strage di Bologna. I sospetti dei Procelli, il mozzicone di sigaretta di Gelli

17.02.2020 - 05:36

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Licio Gelli fu il regista della strage”, sostengono i pm di Bologna. “Finanziò l’attentato”. A 40 anni di distanza, l’ultima inchiesta apre un nuovo scenario sull’eccidio che fu apice della strategia della tensione: 85 morti e duecento feriti. “Mio zio Rinaldo lo aveva sempre sospettato”, ci confida Giancarlo, cugino di Roberto Procelli, morto alla stazione a 21 anni. L’esplosione lo investì vicino alla cabina del telefono, stava per chiamare casa e avvertire del suo ritorno. Era militare a Bologna. Fidanzato, appassionato di pallone, un lavoro che lo aspettava.

Quel 2 agosto 1980 si spezzò la sua vita, ma anche quella dei genitori, Rinaldo ed Elda. “Voglio vedere in faccia chi ha ucciso mio figlio”, ci disse un giorno la mamma, piegata dal dolore. Erano stati emigranti in Svizzera, i Procelli, prima di mettere su casa al paese, San Leo di Anghiari. Sognavano un futuro che non c’è stato. Ora riposano accanto a Roberto, nel piccolo cimitero dove ogni anno Giancarlo e l’altro cugino Walter, con i parenti, si ritrovano per la messa di suffragio. Ad Anghiari il nome di Roberto Procelli è inciso nella memoria: una borsa di studio, un campo di calcio e una strada, portano il suo nome. Concerti, iniziative. Secondo la nuova inchiesta, dunque, una delle menti della strage era annidata proprio a pochi chilometri da San Leo, ad Arezzo, a Villa Wanda. Il capo della loggia massonica P2, già coinvolto in questa pagina nera, è nella lista dei presunti mandanti. Tutti defunti. Non ci crede, l’avvocato storico di Licio, Raffaello Giorgetti.

“Gelli mi ha sempre detto, anche in tempi non sospetti, che con la strage non c’entrava nulla. E non ho mai avuto motivi per dubitarne”, aggiunge Giorgetti. “Non vorrei che qualcuno in cerca di visibilità e notorietà abbia indotto in errore la procura generale. Non conosco le carte, ma ho molti dubbi”. E ancora: ”Una volta, testualmente Gelli mi disse: 'E' impossibile che sia una strage commessa da un italiano, sono terroristi stranieri”.

Restano in silenzio i figli di Gelli: Raffaello, Maria Rosa e Maurizio. “Non ho parole”, è l’unica frase che esce dalla bocca di Gabriela Vasile, seconda moglie di Licio, al suo fianco fino alla morte avvenuta a 94 anni, il 15 dicembre 2015 a Villa Wanda tra ombre, misteri, beghe con il Fisco. Ma lasciando dietro anche l’aura di grande personaggio. Tanto che il sindaco di Arezzo, Alessandro Ghinelli, usò un giorno l’espressione “illustre cittadino” e ieri l’ex consigliere comunale di Rifondazione, Alfio Nicotra, lo ha attaccato. E’ stata la Guardia di Finanza a ricostruire flussi di denaro relativi ai costi della strage. Alcuni milioni di dollari che sarebbero partiti da conti riconducibili al venerabile gran maestro della Loggia segreta P2, Licio Gelli, e a Umberto Ortolani e destinati, indirettamente, al gruppo neofascista dei Nar e a coloro che sono indicati come organizzatori della strage, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi. Tutti morti e sepolti: niente processo per estinzione del reo. Quattro gli avvisi di conclusione indagine: uno per concorso in strage, tre per depistaggio.

La prima ipotesi riguarda Paolo Bellini, 63 anni, di Reggio Emilia, ex Avanguardia nazionale e informatore dei servizi segreti. Per la procura avrebbe avuto un ruolo, tra gli elementi a suo carico un vecchio filmato amatoriale. Gli altri tre indagati, a vario titolo, avrebbero confuso o rallentato le indagini. Ma tutto deve essere dimostrato. Il percorso dei presunti finanziamenti agli attentatori è ricostruito sulla base di documenti, tra cui un manoscritto attribuito a Gelli nel quale l'intestazione 'Bologna - 525779 - X.S.' si riferirebbe ad un conto corrente dedicato. I preparativi della strage, per l'ipotesi dell'accusa, sarebbero iniziati a febbraio 1979. Roberto Procelli fu il primo tra le vittime ad essere identificato grazie a una piastrina che portava al petto. “Quell’estate anche io ero militare, al nord”, racconta Walter. “Per telefono gli dissi: Roberto, tu sei fortunato che puoi tornare a casa tutti i fine settimana. E invece…”

Walter aggiunge: “Il nostro Roberto, tutte le vittime, e tutti i loro cari non saranno mai seppelliti del tutto finché non sarà stata raggiunta la piena verità”. Una volta Licio Gelli, intervistato da una tv, disse: “Sarà stato un mozzicone di sigaretta”, riferendosi all’innesco dell’esplosione di Bologna. Forse alludeva alla pista palestinese, sostenuta tra gli altri dall'ex primula nera Augusto Cauchi, neofascista aretino che si ritiene fosse vicino a Gelli. Anche Cauchi è morto portando via con sé i suoi segreti, in Argentina. Ma le convinzioni dei pm di Bologna sono ben altre: niente terroristi stranieri. Carneficina made in Italy. Accanto ai nomi, ormai noti, di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini, spiccano ora quelli della inquietante cabina di regia, con Gelli e gli altri, che i conti non li faranno in tribunale, ma con il padre eterno.

Luca Serafini

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