Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Coronavirus, infermiere aretino nel reparto Covid-19 a Pisa: "Visiera appannata e il collo fa male"

Francesca Muzzi
  • a
  • a
  • a

“Quando esco dall'ospedale ho solo una domanda che mi rimbalza in testa: ‘avrò fatto tutto'?”. Luigi (nome di fantasia) ha circa 25 anni, è aretino e lavora a Pisa. E' uno dei tanti infermieri in prima linea. Lui il Coronavirus lo affronta ogni giorno. Otto ore dentro il reparto che accoglie solo i pazienti con il Covid-19. Turni resi massacranti dalla situazione di tensione e di stress alla quale sono sottoposti gli operatori sanitari. Ma nessuno si tira indietro, anzi. Luigi racconta che è difficile stare ore e ore con la mascherina che si appanna. Ore piegati sui pazienti. Per questo quando finisce il turno apprezza la pizza offerta da una pizzeria vicina. Il turno è snervante e i colleghi sconosciuti, ma solo all'inizio: “perché la gravità delle circostanze - racconta Luigi - a cui siamo sottoposti ci fa lavorare come se ci conoscessimo da sempre”. E in un reparto Covid-19 si lavora con: “Tripli guanti, due camici, maschera, due cuffie, casco e sovrascarpe. E' complicato soprattutto psicologicamente sopportare a lungo. La visiera si appanna dopo circa una o due ore e la vista è sfocata. Stare con divisa, camice integrale e sovracamice fa sentire caldo subito e fa sudare per tutto il tempo. Il collo fa male per la tensione cervicale da stress e perché tante cose si fanno a capo chino sui pazienti”. Luigi racconta che è difficile persino comunicare “perché la maschera copre il labiale e i suoni sono ovattati anche dal caschetto”. Le pause sono pochissime: “Si può uscire giusto dopo 3 o al massimo 4 ore per ‘staccare', cambiare la mascherina facciale e rivestirsi per rientrare in 20-30 minuti”. E quando il turno finisce anche i segni sulla faccia ricordano la fatica: “I presidi lasciano solchi sulle guance, sulla fronte e alla base del naso. Il mal di testa a cerchio è fastidioso e non fa ragionare bene, dovuto anche al respirare la propria aria dalla mascherina per tutto quel tempo. Lavaggi continui di presidi e delle mani” E quella domanda che chiude lo stomaco: “Avrò fatto tutto? Noi infermieri ce la facciamo sempre, ma è anche più drastica in questa situazione, perché anche per entrare nelle stanze occorre vestirsi ulteriormente per non contaminare il reparto. L'organizzazione è la cosa che ‘salva' le persone, sia dal virus che dal carico di lavoro”. Poi, finalmente, alla fine del turno, Luigi raggiunge lo spogliatoio: “Riprendo in mano il telefono, 102 notifiche solo su whatsapp. Nessuna voglia di leggerle. Faccio la doccia bollente, obbligatoria in spogliatoio prima di mettermi gli abiti puliti e andare a casa. Mangio un pezzo di pizza offerto da una pizzeria vicina all'ospedale e penso: la solidarietà in questo momento vale più di qualsiasi dispositivo di protezione”. Luigi a maggio tornerà a lavorare ad Arezzo. Per ora non ci pensa. Per ora sta lì a combattere insieme agli altri. In prima linea contro il Coronavirus. ARTICOLO IN EDICOLA SUL CORRIERE IL 27 MARZO E ON LINE