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Coronavirus, giovane infermiera da Foggia ad Arezzo per battere il virus

Francesca Muzzi
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“Ho 23 anni e sono un'infermiera di malattie infettive a 485 chilometri da casa. Quando ho accettato questo incarico in piena emergenza sapevo di immergermi in una realtà quasi sconosciuta, ma allo stesso tempo così travolgente da cambiarmi per sempre”. Lucia (nome di fantasia) è originaria di Foggia, San Severo. Ad Arezzo ci è arrivata nel pieno dell'emergenza Coronvirus. Sapeva già che non sarebbe stato facile, per più motivi. “È dura sia emotivamente che fisicamente - racconta - si lavora con la testa e tanto cuore. Ogni giorno si lavora di fronte alla vita e alla morte”. Anche Lucia come i suoi colleghi che lavorano nei reparti Covid, ogni giorno sottopone anche il suo corpo, oltre che lo spirito, a sforzi importanti. “Lavoriamo immersi in queste tute che fanno sudare e rendono difficile ogni movimento”. Ma guai a chiamarla “eroe”. “Rischiamo ogni giorno è vero - racconta - ma non siamo gli eroi del momento. Non è una missione la nostra, ma un lavoro che abbiamo scelto di fare da sempre e per sempre”. Ma in questo momento, quello che può essere un lavoro nei periodi di normalità, diventa qualcosa di straordinario nei momenti di emergenza. Lucia lo sa bene, tanto che dal suo arrivo al San Donato dice: “Sono consapevole di non essere più la stessa” e parla di ciò che succede dentro il reparto. Lo fa in punta di piedi con delicatezza e riguardo verso i suoi pazienti che le stanno insegnando che nella vita non c'è niente di scontato. “Grazie a loro - dice - sto riscoprendo il valore di piccoli gesti che prima venivano dati per scontati. I pazienti ricoverati non hanno solo fame d'aria a causa di problemi respiratori, ma hanno fame di cose belle, di sguardi, di sorrisi ed emozioni. Sono soli. Noi siamo la loro unica valvola di sfogo e allora quando entri in stanza iniziano a raccontarti la loro vita. C'è chi aspetta una nipotina, chi doveva accompagnare sua figlia all'altare e chi avrebbe voluto stringere ancora la mano di sua moglie”. Vite che aspettano di nuovo di essere vissute non appena tutto questo sarà finito. Lucia li ascolta e dice: “Ad oggi ho capito quanto sia importante tornare a casa e trovare i propri genitori sul divano, fare una chiamata di più al proprio fidanzato, abbracciare i propri fratelli, regalare sorrisi e strette di mano”. Anche lei pensa alla prima cosa che farà quando tutta l'emergenza sarà finita: “Non sarà un viaggio o una serata in discoteca, ma prenderò il primo treno per potere riabbracciare ancora una volta la mia famiglia”. E poi si chiede: “Se ne è valsa la pena venire qua? Sicuramente sì. Anche perché ad Arezzo e in reparto ho trovato una seconda famiglia. E noi ragazzi nuovi siamo stati accolti bene da tutti: primario, caposala e colleghi. Un team straordinario che ogni giorno ci fa dire: andrà tutto bene”. ARTICOLO SUL CORRIERE DI AREZZO IN EDICOLA IL 6 APRILE E ON LINE