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Guarito dal Coronavirus racconta: "Ero come morto, sono rinato"

Il reparto rianimazione dell'ospedale di Arezzo

Francesca Muzzi
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“E' una Pasqua di rinascita. Così mi sento dopo essere uscito dal tunnel del Coronavirus”. Paolo ha 64 anni e oggi può dire di avercela fatta. E' tornato a casa dopo un incubo durato settimane due delle quali passate in rianimazione. Un calvario prima di rivedere la luce e di poter dire a chi combatte contro il Coronovirus: “Credeteci, non mollate”. Lui non ha mollato specialmente quando è tornato a casa. “Ha vinto la mia volontà, il mio desiderio di normalità. Anche se ancora ho qualche dolore cerco di fare un passo in più al giorno”. Lunedì scorso l'ultimo tampone, il risultato è arrivato proprio alla vigilia di Pasqua: Paolo è guarito e ora più che mai ha voglia di mordere la vita. La forza l'ha trovata in se stesso e negli altri. Nei medici quando lo hanno lentamente risvegliato e, una volta tornato a casa, nelle istituzioni e “nei vicini di casa che sono tutti eccezionali”. E poi accanto a lui c'è la sua compagna, ricoverata e guarita anche lei. La coppia fu uno dei primissimi casi di positività al Covid 19. Erano i primi giorni di marzo e oggi Paolo racconta. “Mi portarono con l'ambulanza all'ospedale di Arezzo. L'ultima immagine che ho è quella del cartello di Giovi, poi da lì il buio. Mi sono risvegliato che ero intubato. Costretto da tanti fili che ho anche cercato di strappare prima che un infermiere con voce ferma mi rimproverasse e mi dicesse ‘qui comando io'. Lo faceva per la mia salute, ma io non capivo che cosa stava succedendo”. Delle due settimane “intubato e sedato” ricorda gli incubi ricorrenti: “Tante immagini che non so descrivere. A volte sono riapparsi anche ricordi di tanti anni fa. Credevo di essere morto”. Poi il risveglio: “Non sapevo dove fossi, come ci ero arrivato. I medici, tutti fantastici, mi facevano le domande. Era mattina. Verso sera ho cominciato a riprendere contatto con la realtà”. Intorno tutto il personale sanitario del San Donato prima quello della rianimazione e poi del reparto di malattie infettive: “Gente che lavora con il cuore. Fantastica. Il dottor Tacconi, tutti gli infermieri, io non finirò mai di ringraziarli”. Lo stesso cuore che poi ha ritrovato una volta tornato a casa: “Tutto il paese si è subito preoccupato che io stessi bene. Insieme alla mia compagna ci sentiamo coccolati e protetti. Anche la spesa ci portano a casa, non ci fanno mancare niente”. Una catena di solidarietà che fa dimenticare, per quanto possibile, il Coronavirus che il 64enne descrive come “orribile. Mi sono sentito travolto, non riuscivo a reagire. Poi per fortuna il mio corpo, grazie alle cure mediche, è lentamente tornato alla vita. Quella vita che respiro di nuovo”. E il pensiero vola a chi ancora combatte contro il Coronavirus: “A loro dico credeteci, non mollate”. Oggi per Paolo e la sua compagna sarà una vera Pasqua di resurrezione e l'augurio che rivolgono è uno solo: “Che lo sia per l'Italia intera”.