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Arezzo, uccise l'amica a sprangate: Ferrini condannato a 10 anni. Il marito della vittima: "Non è giustizia"

Luca Serafini
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Federico Ferrini è stato condannato a 10 anni di reclusione. Era accusato di omicidio per aver ucciso a colpi di spranga l'amica brasiliana Maria Aparecida Venancio de Sousa. La sentenza per il delitto di via Della Robbia, ad Arezzo, è stata pronunciata dal giudice Giulia Soldini questa mattina giovedì 7 maggio 2020. L'imputato, difeso dall'avvocato Gionata Giannini, era in collegamento dal carcere, via Skype, per le restrizioni legate all'emergenza Coronavirus che hanno limitato anche le attività giudiziarie. La sentenza tiene conto della riduzione di un terzo della pena, per il rito abbreviato. In più il giudice ha concesso le attenuanti generiche prevalenti con un ulteriore sconto. Il pm Chiara Pistolesi aveva chiesto la pena finale di 12 anni e mezzo. "Questa non è giustizia", ha detto al termine del processo Antonio Di Rubbo, marito separato della donna, presente alla lettura del dispositivo. La sentenza dispone tre anni di libertà vigilata per l'omicida a conclusione del periodo di detenzione. In virtù della buona condotta, tra circa tre anni se la sua condotta sarà ineccepibile potrà usufruire dei primi permessi.  Risarcimento danni da definire in separata sede: provvisionale di 40 mila euro per il marito (rappresentato dall'avvocato Alessandro Calussi) e di 20 mila per la sorella e la figlia che sta in Brasile (assistite dall'avvocato Davide Scarabicchi). L'imprenditore agricolo del Casentino, noto nei mercati per la vendita di prodotti tipici, 38 anni, aveva avuto una relazione sentimentale con la brasiliana, 60 anni, ma la storia era terminata. C'erano in sospeso anche questioni economiche. La notte del delitto, nella casa dove la donna viveva e riceveva uomini, alla fine di agosto 2019, Ferrini attese che Maria fosse sola e si fece aprire. Aveva una spranga, ma non perché volesse eliminarla, è emerso dalle indagini. L'avrebbe utilizzata per forzare l'ingresso qualora lei non avesse aperto e ottenere un chiarimento. Poi la lite, i colpi alla testa e il cadavere legato con una corda al letto. La premeditazione è stata esclusa anche perché Ferrini rimase nella casa per lungo tempo e non fece nulla per non farsi riprendere da telecamere ed eventuali testimoni. Fu un delitto d'impeto. Così, senza aggravanti, è stato possibile al difensore, l'avvocato Giannini, chiedere il giudizio abbreviato. Poi fu la squadra mobile della questura di Arezzo, allora guidata da Francesco Morselli, a risalire al casentinese nel giro di alcuni giorni di indagine. Trovatosi la polizia a casa, Ferrini confessò. Ha chiesto scusa con un memoriale e in carcere, dove è capo cuoco, si comporta in modo esemplare, sta scritto nella relazione del direttore della Casa circondariale. Luca Serafini