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Arezzo, Coronavirus, bar e ristoranti allo stremo: "Si rischia l'ecatombe. Dateci almeno il protocollo"

Luca Serafini
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Bar e ristoranti sono in balìa della tempesta. Un vascello con a bordo 3.280 lavoratori ad Arezzo e provincia, più i titolari e i collaboratori. La data di ripartenza degli esercizi pubblici resta troppo lontana (1 giugno) e dallo Stato non è pervenuta nessuna indicazione sulla rotta da seguire (protocollo di sicurezza) né ci sono informazioni certe sul salvagente dei sostegni a fondo perduto o dell'Iva ridotta. Così il rischio è che parecchi andranno a fondo o a infrangersi sugli scogli. “Se non cambia qualcosa la metà degli esercizi rischia di chiudere, perché la ripartenza senza turisti e con le restrizioni sarà non in salita, di più, con la retromarcia”, dice Stefano Mearini, presidente provinciale di Fipe. Un po' meno fosche le previsioni di Federico Vestri, presidente dei ristoratori di Confcommercio: “la selezione sarà più avanti e la sopravvivenza delle attività è legata a vari fattori”. Il primo è la tempistica. Prima si ricomincia e meglio è, ma le pressioni del governatore della Regione Toscana, Enrico Rossi, per ora non hanno sortito effetti. L'asporto attuato in questa fase di attesa è un palliativo. Per la ristorazione si tratta di una frontiera da sviluppare, per chi lavora con la tazzina di espresso è niente. “In un giorno saranno dieci i caffè che prepariamo: ne consumiamo più io e mio fratello da soli”, dice Mearini, che è titolare dello storico Charleston. “Non ci si coprono neanche i costi, si fa a totale rimessa, il valore è solo quello, psicologico, di vedere la saracinesca del negozio alzata. Assurdo, poi, che i clienti non possono consumare davanti al locale. Come se altrove non ci fossero rischi o possibilità di assembramento.” Devastante, secondo Mearini, è proprio l'immagine che sta passando sui media del locale pubblico. “Andare al bar sembra quasi equivalente ad andare a fare una rapina, in un bordello, in un luogo negativo e pericoloso. Invece il bar, il caffè, è una cosa sana, legata alla nostra cultura, al nostro stile di vita”. Nebbia fitta, poi, sulle modalità di riapertura in sicurezza, tanto nei bar che nella ristorazione. “E' impossibile organizzarsi perché non esiste un protocollo al quale attenersi”, dice Vestri, titolare di Crispi's e Ristoburger Easy. “Chi conduce un'attività deve adattare il locale, programmare, sostenere costi. Non sono cose che si improvvisano dalla sera alla mattina”. Fipe con i suoi vertici nazionali ha formulato proposte: distanze di un metro, mascherine per il personale, accessi differenziati, pagamenti per lo più digitali al tavolo, monitoraggio della salute dei dipendenti, sanificazione dei locali, gel igienizzante e prezioso l'utilizzo degli spazi esterni, per chi può. Risposte zero, preoccupazione a mille. Luca Serafini