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Arezzo, il pm: impiegati morti per impianto difettoso e nessuna formazione sui rischi. Omicidio colposo per 19

Il pm, le vittime e il luogo della tragedia

Luca Serafini
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Li ha uccisi l'argon, il gas invisibile e inodore che divora l'ossigeno. Ma gli impiegati Piero Bruni e Filippo Bagni sono morti lì all'Archivio di Stato di Arezzo per una catena di negligenze, omissioni ed imperizie commesse da chi invece doveva rendere sicuro quel luogo di lavoro. Ne è convinta Laura Taddei, il pubblico ministero che contesta l'omicidio colposo plurimo a diciannove persone (non diciotto come risultava inizialmente) fra cui i dirigenti dell'ufficio, tecnici, progettisti, addetti all'installazione, alla verifica e alla manutenzione di quel maledetto impianto anti incendi, perfino un vice comandante dei Vigili del fuoco. Il magistrato ha chiuso la lunga e complessa inchiesta partita il 20 settembre 2018 quando nel palazzo in cima a Corso Italia si consumò la tragedia: due impiegati asfissiati all'istante in fondo alle scale dell'edificio dove erano scesi per controllare, dopo che era scattato l'allarme senza che ci fosse un incendio. Quella mattina l'argon uscì dalle bombole e la micidiale nube si portò via i due lavoratori. Erano le 7.40, scrive il magistrato, quando l'allarme venne attivato dal pulsante al piano terra “sul quale era montato un vetrino di rottura non originale” il quale “anziché fungere solo da allarme, per difetto di programmazione della centrale di rilevazione incendi, attivava in maniera anomala anche la scarica di gas cagionando la fuoriuscita di argon dalle tre bombole, ognuna di 140 litri, situate nel locale termico interrato”. L'argon avrebbe dovuto, nel caso ci fosse stato davvero un incendio, sprigionarsi al piano terra dell'archivio, associato a quel pulsante. Non fu così. “L'argon fuoriusciva dalla valvola di sicurezza installata sul collettore della raccolta gas delle valvole direzionali dell'impianto, e ciò perchè la valvola risultava montata al contrario, priva del disco di rottura e priva di tubazione di scarico all'esterno” prosegue il pm Laura Taddei. “Il gas quindi, si riversava all'interno del locale bombole e da lì, a causa di griglie di aerazione realizzate sulla parete di quel locale, si diffondeva nel piano interrato a livello del locale bombole”. Proprio lì, in quel pianerottolo, dove Bruni e Bagni crollarono all'istante perdendo i sensi. Erano, scrive il pm, “totalmente ignari delle caratteristiche del gas argon contenuto nelle bombole, inodore, incolore e che riduce la concentrazione di ossigeno nell'aria; privi di ogni formazione ed informazione circa i rischi connessi alla possibile fuoriuscita di tale gas e circa i comportamenti prudenziali da tenersi in tali casi”. I diciannove indagati sono: Claudio Saviotti, Direttore dell'archivio, e Antonella D'Agostino, che lo era stata in precedenza, quali datori di lavoro degli impiegati; Monica Scirpa, Alessio Vannaroni, Andrea Pierdominici, Piero Santantonio, Donatella Fracassi, Silvio Zuccarello, che a vario titolo si erano occupati dei servizi di sicuezza, prevenzione e protezione dell'Archivio; Maurizio Morelli, Simone Morelli, amministratore e tecnico anti incendio della ditta che curava la manutenzione dell'impianto; Gianfranco Conti, che operava in subappalto per Morelli; Andrea Gori, professionista che si era occupato dello stesso impianto per asseverarne la conformità; Marino Frasca, Renato Concordia, che firmarono la dichiarazione di conformità; Giovanni Battista Reccia, Massimo Tiballi, Gianfranco Pergola, progettisti e realizzatori dell'impianto; Alessandro Gosti, professionista incaricato dall'Archivio; Antonio Zumbo, vice dirigente dei Vigili del fuoco che valutò i requisiti della struttura. Nelle nove pagine distillato dell'inchiesta del pm Taddei, la sintesi di un intreccio di situazioni che, col senno di poi, sembrano paradossali. Non una fatalità, sostiene la procura, ma colpe precise. Vedremo. L'atto prelude ora alla presentazione di memorie difensive e non rappresenta certo una condanna. Ma è già un passo avanti verso verità e giustizia. Luca Serafini