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Arezzo, Cassazione: "Uccise marito separato, l'aggravante pesa anche se matrimonio dissolto da tempo"

Il luogo del delitto e la vittima: Dino Gori

Luca Serafini
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Anche se il rapporto tra marito e moglie si era “dissolto da svariati anni”, ridotto ormai a relazione con “carattere meramente formale e non più sostanziale”, l'uccisione di Dino Gori, 64 anni, da parte di Paola Marzenta va punita senza sconti. Lo afferma la Cassazione nelle motivazioni depositate in questi giorni della sentenza con cui lo scorso gennaio la donna è stata condannata in via definitiva a 14 anni di reclusione. E non 8, come in primo grado aveva stabilito il giudice Gianni Fruganti, riconoscendo più forza alle attenuanti rispetto alle aggravanti, dopo aver già ridotto la pena di un terzo per il rito. Fu una sentenza tra le più basse mai emesse per omicidio, poi ribaltata in appello e infine in Cassazione. Benché i due fossero separati e sulla soglia del divorzio, quando il 18 ottobre 2016 la Marzenta esplose un colpo di fucile all'indirizzo dell'uomo, secondo i giudici della Suprema Corte, resta intatta la “pregnanza dell'aggravante del rapporto di coniugio, in quanto fondata su doveri giuridici di specifica solidarietà che nascono dal matrimonio e permangono anche dopo la separazione, quali il dovere di rispetto morale, i doveri di assistenza materiale, i rapporti successori”. Quel giorno di autunno dopo l'ennesimo screzio, la donna prese il fucile ed esplose un colpo. Gori, ex militare dell'Aeronautica, rimase ucciso sul colpo. Poi lei, all'epoca 59 anni, chiamò l'avvocato e si lasciò arrestare. Avvenne a Campolungo, presso Lonnano di Pratovecchio. Nella gradazione della pena ha poi inciso il parziale vizio di mente riscontrato alla donna. La difesa della Marzenta aveva chiesto che venisse riconosciuta come attenuante la provocazione: lo schiaffo subìto dalla donna che avrebbe innescato la reazione violenta. Ma su questo punto i supremi giudici sostengono, come quelli di appello, che “i disturbi di tipo delirante e istrionico” furono “preponderanti rispetto allo stimolo costituito dall'atteggiamento violento e sprezzante dell'uomo”. Come dire: o l'una o l'altra. O l'attenuante della provocazione o quella del vizio di mente. Tutte e due non si possono riconoscere. Già di per sè, si legge nelle motivazioni, il disturbo di cui soffriva la donna genera “reazioni abnormi”. Altro aspetto considerato dai giudici di terzo grado è quello del risarcimento del danno verso i congiunti della vittima. “Il regolamento di interessi tra le parti” viene definito “assolutamente insufficiente a ristorare il danno sofferto dalle parti offese per la perdita del loro congiunto, e non integra la sussistenza dei presupposti anche temporali dell'invocata circostanza attenuante”. Quindi la Cassazione sigilla i 14 anni di reclusione, che Paola Marzenta sta scontando in carcere. Un calcolo frutto della diminuente del rito abbreviato, applicata alla pena base (da 21 a 24 anni, per l'omicidio) senza alleggerire ulteriormente il verdetto, come invece era avvenuto ad Arezzo con la sentenza del giudice Gianni Fruganti. Il quale, pur riconoscendo l'aggravante del rapporto tra moglie e marito, l'aveva fatta pesare meno nella bilancia, con le attenuanti (vizio di mente, incensuratezza) considerate prevalenti, fino a portare a 8 gli anni di reclusione. Nei gradi successivi questo criterio non è passato: le attenuanti e le aggravanti si sono annullate a vicenda. Luca Serafini