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Arezzo, il babbo in cella si dà schiaffi: "Ho tentato di salvare i miei figli". Alcol zero. Rischia dura pena

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Luca Serafini
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di Luca Serafini Il babbo della strage si macera in carcere circondato dagli incubi. Trent'anni d'età, corporatura esile, Emil sente sulla coscienza il peso insopportabile di quattro morti che sono sangue del suo sangue: la figlioletta di otto mesi e il figlio di dieci che ha estratto lui stesso dalle lamiere, e i suoi genitori sbalzati fuori nello schianto di Badia al Pino. Li ha uccisi tutti lui, per colpa del sonno come ha dichiarato, o forse per una distrazione al volante del monovolume Sharan troppo pieno (otto occupanti anzichè sette) a 120 all'ora in A1 sulla sud. GUARDA IL VIDEO DELL'INCIDENTE Tasso alcolico zero, ha accertato il test. Non aveva bevuto né assunto sostanze. Lucido in teoria ma ubriaco di stanchezza. Sì, stanchissimo dopo aver macinato più di mille chilometri. Non concentrato quantomeno. Il video della tragedia scorre impietoso sui cellulari di tutta Italia: la macchina che cambia traiettoria, lascia la corsia di marcia giusta ed entra nella piazzola di sosta. L'accenno di sterzata. L'impatto devastante sullo spigolo del tir parcheggiato nella cui fiancata gialla c'è scritto, per ironia della sorte: “Andrà tutto bene”. Con l'arcobaleno che piace tanto ai bambini simbolo di una rinascita che per due creature e i loro nonni non ci sarà. GUARDA LE FOTO DELL'INCIDENTE Emil, che è accusato di omicidio stradale plurimo, maledice quegli istanti. Davanti ai poliziotti della Stradale di Battifolle, Emil ha iniziato a prendersi a schiaffi sul viso per punirsi, per flagellarsi, prima di essere condotto in carcere in via Garibaldi. Sono stati gli stessi agenti a calmarlo. Il trentenne di origini sinti alterna momenti di lucidità e di disperazione. Domani sarà interrogato dal gip. Dovrà raccontare tutto il viaggio. Dalla partenza in Transilvania, all'ingresso in Italia via Slovenia, alle otto del mattino. Un percorso di 1600 chilometri con direzione Napoli, reso possibile dalla riapertura delle frontiere scattata il 3 giugno. C'era anche un altro gruppo di rumeni in un altro veicolo: tutti verso la Campania. La sosta alla stazione di servizio Chianti, una sessantina di chilometri prima dell'incidente, non è servita a restituire freschezza al conducente. Avanti. Il casello di Arezzo, la Valdichiana. L'uscita da una curva e il rettilineo. L'urto violentissimo sull'autoarticolato. Il minivan che si apre come una scatoletta nell'impatto sul mezzo pesante e scarroccia, a brandelli, metri più avanti. Illeso, Emil, si è trovato fuori dall'abitacolo in una scena da apocalisse. Ha raccontato di aver tolto dai sedili i bambini morti, i suoi figli. Riversi sull'asfalto i genitori, di 52 e 48 anni, di nome Emil anche il genitore, Lodovica la moglie. Sono tutti in obitorio ad Arezzo in attesa del riconoscimento che in questo momento nessuno può fare. La buona notizia è che si salveranno tutti, gli altri feriti: la moglie del trentenne, ricoverata alle Scotte di Siena, la gemellina della piccola deceduta, che è al Meyer dove si trova ricoverato anche il 14enne fratello di Emil. Sono fuori pericolo. Feriti senza gravi conseguenze e già dimessi i cinque pistoiesi occupanti della Nissan Qashqai che seguiva gli otto della Sharan ed è rimasta incastrata tra il new jersey e la carcassa della Volkswagen. Una sciagura che ha sconvolto l'Italia e l'Europa, proprio quando si torna a viaggiare. Un agghiacciante monito alla prudenza. L'arresto di Emil operato dalla Stradale d'intesa con il pm Roberto Rossi è scattato per la gravità del fatto e in quanto straniero in Italia, senza fissa dimora. Sarà il giudice domani a stabilire la misura più adeguata per lui, probabilmente non in una cella tra gli incubi dello schianto. In futuro arriverà una condanna della giustizia, rischia in teoria fino a vent'anni di reclusione per un reato grave con pene triplicate dall'entità della sciagura, ma il “fine pena mai” se lo porta nel cuore. IL RACCONTO “Li ho estratti io dalle lamiere. Ho tentato di salvarli”. I corpi dei due fratellini vittime dello schianto di Badia al Pino sono stati trovati fuori dai rottami. Non erano stati sbalzati fuori, come invece i nonni, finiti sull'asfalto. Il bambino di 10 anni e la sorellina di 8 mesi erano rimasti all'interno dell'abitacolo della Sharan Volkswagen trasformato in una scatoletta dopo l'urto sullo spigolo del camion parcheggiato nell'area di sosta. Il babbo Emil, uscito illeso dall'incidente da lui colposamente causato, dice di aver tentato l'impossibile. Uno dopo l'altro li ha tirati fuori dalla carcassa del monovolume, i due figli che non rispondevano più. Ha chiesto aiuto, ha atteso l'ambulanza con gli occhi sbarrati. Tutto vano. Dalle prime dichiarazioni del trentenne rumeno è uscita questa versione, che agli inquirenti pare attendibile. Domani nell'interrogatorio per la convalida dell'arresto, l'uomo accusato per omicidio stradale plurimo dovrà ripercorrere tutto il film dell'orrore. Una vicenda che per la giustizia, in linea teorica, potrebbe perfino riservargli una condanna pesantissima, fino a ventuno anni di carcere. L'omicidio stradale in questa forma aggravata dal numero delle vittime, quattro, una strage, prevede la pena triplicata rispetto a quella base, che va da 2 a 7 anni. Si parte da 6 per arrivare a 21, appunto. Poi si sa la giustizia con i riti alternativi e con le possibili soluzioni delle attenuanti, è impossibile da prevedere. Ad occuparsi dell'inferno in A1 di venerdì 5 giugno è il sostituto procuratore Roberto Rossi, che l'altro giorno si è recato sul posto. Il magistrato riceve le relazioni della Polizia stradale di Battifolle, si accinge a disporre accertamenti di medicina legale sui corpi, acquisirà nel fascicolo le testimonianze e il verbale dell'interrogatorio di Emil, ammesso che decida di non avvalersi della facoltà di non rispondere. Cambia poco nell'economia dell'accusa che gli sarà rivolta, se ha perso il controllo per un colpo di sonno o se per una distrazione all'interno dell'affollato monovolume dove viaggiavano in otto, benché omologato per sette. Di sicuro la stanchezza è la molla di questa strage che ha messo i brividi a tutta Italia. IL VIDEO Km 360, A1, direzione sud. Zona Badia al Pino, prima dell'area di servizio. Venerdì 5 giugno. Manca poco alle 14. Dall'inquadratura si vede il traffico consistente di un venerdì post lockdown. Macchine e camion transitano sotto il cavalcavia. Il casello di Arezzo è ormai alle spalle per chi viaggia in direzione Roma. Come il monovolume che appare sulla corsia di destra. Il video delle telecamere della Società Autostrade racconta gli ultimi istanti di vita di una bimba di otto mesi, del fratello di dieci, dei loro nonni cinquantenni. Sono in otto nel minivan omologato per sette. Al volante c'è un trentenne sinti, partito dalla Romania con i genitori, il fratello 14enne, la moglie trentenne, le figlie gemelle piccoline, il figlio maschio. Sono partiti dalla Transilvania. Alle 8 ingresso in Italia dalla Slovenia. A Chianti una pausa. Ecco, l'auto piega inspiegabilmente sulla destra senza ridurre la velocità. Andrà a 120 all'ora. Entra nella corsia laterale che porta alla piazzola di sosta. Si intuisce che il conducente non si accorge di dove sta andando. Forse è addormentato, forse si è distratto. Il test dirà che non ha assunto alcol. Ubriaco di stanchezza. Il video lascia intravedere lo schianto. L'auto tampona il camion. Finirà più avanti, dilaniata. Per terra i frammenti, come in una esplosione. Corpi straziati. La strage. Mai vista.