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Arezzo, assolti per la morte di Martina. Il babbo: "Ingiustizia, non mi fermo". I giovani: "Incubo finito"

La mamma di Martina Rossi

Luca Serafini
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di Luca Serafini Assolti. Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni non hanno responsabilità nella morte di Martina Rossi. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Firenze rovesciando la sentenza di Arezzo che li aveva condannati a sei anni di reclusione. Non sapremo mai perché la ragazza volò giù dal sesto piano dell’hotel a Palma di Maiorca in quell’alba maledetta del 3 agosto 2011: ma per i giudici di secondo grado non ci fu un tentativo di stupro da parte dei ragazzi di Castiglion Fibocchi (rischiavano tre anni) e tantomeno li si può accusare di “morte in conseguenza di altro reato” (già prescritto). Sono le 18 quando il presidente Angela Annese legge il dispositivo. Mamma Franca raccoglie tra le mani il volto scavato dal dolore, piegata sul banco, vicino al marito Bruno. La battaglia della coppia di Genova, durata nove interminabili anni in nome della figlia ventenne, è persa. Luca e Alessandro sono usciti dall’aula per la tensione dell’attesa: c’erano fino a un quarto d’ora prima. I loro avvocati, Stefano Buricchi e Tiberio Baroni, si precipitano al telefono per avvisarli. Poi sarà una sarabanda di telecamere e dichiarazioni per un caso mediatico che ha colpito tutti. Dunque l’Appello ha fatto carta straccia della sentenza aretina del dicembre 2018, che fu motivata dal presidente Angela Avila. Una collega col suo stesso nome ha ritenuto non convincente il quadro cucito dall’accusa: e cioè la ragazza nelle grinfie dei due giovanotti in cerca di avventure, loro che ci provano, lei che rimane in slip e resiste, la via di fuga che nella camera 609 dell’hotel Santa Ana non c’è e lei, miope e senza occhiali, cerca scampo dal balcone, scavalcando in un altro, ma finisce per precipitare alle prime luci dell’alba nella località turistica delle Baleari. Una breve agonia e la morte. Il film ricostruito prima dal pm Roberto Rossi e poi dal procuratore Luciana Singlitico, non regge davanti alla corte fiorentina. Perché allora? Perché Martina, studentessa che sognava un futuro, è morta in quel modo? Ognuno ha detto la sua, dal suicidio, all’incidente, all’ebbrezza da spinello, suscitando l’indignazione dei genitori. Molte dichiarazioni pasticciate da parte dei ragazzi, post su facebook ambigui, intercettazioni sospette, versioni mutevoli, hanno alimentato i dubbi. Le prime indagini in Spagna e la tardiva autopsia sui poveri resti di Martina (impossibile trovare segni di violenza), non hanno delineato, per l’Appello, nulla di concreto. Anche il graffio che Albertoni aveva al collo, non significa nulla. E vedremo come i giudici motiveranno la sentenza. Il processo dunque non racconta perché Martina è morta. Non era quello il suo compito: doveva stabilire se c’era stato un tentativo di violenza sessuale di Luca e Alessandro, tale da innescare la fuga e la caduta. La risposta è stata: no. Questa è la verità della giustizia, i dubbi possono restare in eterno. Sarà adesso la procura generale a decidere se impugnare in Cassazione la sentenza, quando sarà depositata. Ma è corsa contro il tempo, perchè il reato si prescrive ad agosto 2021. * * * IL BABBO: "NON E' GIUSTIZIA" La vecchia quercia sembra vacillare. Bruno Rossi, il babbo, e Franca Murialdo, la mamma, si sorreggono a vicenda. “E’ dura. Un momento complicato, difficile, triste”, dice babbo Bruno che dopo una vita a gridare i diritti dei camalli di Genova come sindacalista, da nove anni grida giustizia per Martina, la figlia morta nella maledetta vacanza. “La cosa peggiore resta che Martina non c’è. Non c’era ieri e non ci sarà domani”. La smorfia sul viso di babbo Bruno è di dolore allo stato puro. “Ma levargli l’onore così, questo no, è troppo. Continueremo a batterci anche se non so come”. Dopo Firenze, oggi a Roma, dove i coniugi Rossi continueranno a portare nelle televisioni il caso della loro Martina morta senza responsabilità di terzi, fissa ora la sentenza di secondo grado, ma in un mare di dubbi. “Sì, continueremo, anche se mi rendo conto che la cosa diventa sempre più grottesca. Ma a Martina glielo devo. Lei avrebbe voluto vivere, quindi cercheremo ancora giustizia per lei. La Cassazione? Non lo so (dipende dalla procura generale se impugna la sentenza ndr) ma le mortificazioni subite sono grosse: abbiamo sentito dire di tutto in questo processo”. C’è stupore, amarezza, inquietudine. “E’ avvilente che dopo nove anni di lavoro, di studio, di approfondimenti, di ricerca, il risultato sia questo”. Ogni tanto si trattiene, Bruno, ogni tanto evoca immagini negative. Continua a ritenere che la verità di quell’alba tragica sia rimasta impigliata in una serie di silenzi, bugie, omissioni. In aula un gioco di sguardi ora cercati, ora evitati, con Luca e Alessandro. “Li vedo, comunque, in difficoltà”. Da loro, continuano a ripetere i genitori di Martina, fin dall’inizio non sarebbe mai giunto un atteggiamento di vicinanza. Tornano a galla nella mente di Bruno i post su facebook nei quali i giovanotti tra di loro si scambiavano commenti sulla vacanza alle Baleari nella quale avevano raggiunto certi loro obiettivi e si erano divertiti. E poi certe frasi intercettate, le versioni fornite, le strategie difensive. Nella mente del vecchio sindacalista del portuali si affollano dubbi e sospetti alimentati da indizi e mancate verità. Una verità inseguita invano. “Mi spiace dover concludere che in questo Paese non si può condurre una battaglia normale”. Poi Bruno e Franca, si stringono fra di loro e lasciano il palazzo di giustizia con mestizia, sconfitti. L’avvocato Luca Fanfani, parte civile con il collega ligure Stefano Savi, incassa la sentenza che ha ribaltato il verdetto di Arezzo. “Attendiamo di leggere le motivazioni per capire come i giudici sono arrivati a questa conclusione, poi valuteremo” dice Fanfani, che aggiunge: “Indubbiamente riaprire in Italia indagini svolte all’estero è sempre complicato, tanto più in questo caso dove in Spagna andava fatto di più”. * * * GLI ASSOLTI: "INCUBO FINITO" E’ la fine di un incubo che è durato nove anni”. La frase di Luca Vanneschi pronunciata a processo appena concluso dice del travaglio e dell’attesa con cui il giovane imprenditore edile di Castiglion Fibocchi ha vissuto questo lungo periodo. Dall’estate 2011 a quella, in arrivo, del 2020: un lasso di tempo durante il quale sia Luca Vanneschi che Alessandro Albertoni, il pilota di motocross, si sono sempre dichiarati innocenti rispetto alla tragica fine di Martina Rossi. Ora lo stabilisce una sentenza: Luca e Alessandro non c’entrano nulla. “Finalmente i giudici hanno avuto coraggio ed hanno letto attentamente le carte”, aggiunge Vanneschi all’avvocato Stefano Buricchi, entrambi commossi, mentre scorre la telefonata post verdetto. Sia Luca che Alessandro, presenti alla prima parte dell’udienza, hanno abbandonato l’aula prima che la corte uscisse con il dispositivo in mano alla presidente Angela Annese. Troppo alto lo stress. Incubo finito, quindi. Martina Rossi precipitata dal sesto piano dell’hotel delle vacanze non per sfuggire ad uno stupro che, per la corte d’Appello, non ci fu. Il perché la ragazza di Genova conosciuta a Palma nella vacanza, sia volata giù, dalle dichiarazioni messe a verbale dai ragazzi nel corso delle indagini e nelle dichiarazioni nel processo, non si è mai capito con chiarezza. Suicidio, attacco di follia, effetti della droga: tante varianti per una stessa conseguenza. Il salto nel vuoto dalla camera 609, quella dei ragazzi aretini. Il gruppo di Castiglion Fibocchi era composto di quattro amici. Al rientro dalla discoteca si erano formate due coppie: due aretini e due ragazze genovesi della comitiva di Martina. Si erano accomodati nella camera delle turiste. Invece Martina era sola e così decise di salire di sopra da Alessandro e Luca. Ed è lì che si consumò la tragedia. Una cameriera, dal basso, raccontò di aver visto una persona scavalcare. Come fosse un atto deliberato. La ragazza era in slip. Se avesse tolto gli shorts per il caldo o le fossero stati sfilati è stato impossibile dimostrarlo. Nessun segno di violenza sessuale. Un graffio al collo di Alessandro, motivato con la reazione aggressiva della ragazza che, ad un certo punto, avrebbe avuto uno sbalzo d’umore dicendo pure frasi sconnesse. “Avevamo fumato uno spinello” ha dichiarato in appello Alessandro. Il volo di sotto, stando ai racconti dei due, viene solo intravisto da Luca, che sonnecchia nel letto, dopo che Alessandro è corso giù per le scale ad avvertire le amiche di Martina che lei è come impazzita. Quella corsa giù per le scale, secondo il processo celebrato ad Arezzo, era successiva alla caduta di Martina. “Noi non siamo stati”, hanno sempre dichiarato i ragazzi che ora tirano un sospiro di sollievo. Insieme alle rispettive famiglie, che per anni hanno convissuto con la non facile situazione: in televisione erano andate anche le intercettazioni in cui bisbigliavano frasi apparentemente scomode. Forse adesso appariranno loro in qualche tv a viso aperto. Intanto l’avvocato Stefano Buricchi, che come il collega Tiberio Baroni ha svolto un lavoro di grande determinazione e convinzione, cita Piero Calamandrei: “La giustizia è come la divinità, bisogna crederci perché si manifesti”.