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Latitanti, Pietrostefani se ne andò 19 anni fa. La sfida di Salvini

Luca Serafini
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Giorgio Pietrostefani ha 75 anni e vive a Parigi. Ha scritto libri. E' su Twitter. La giustizia italiana lo ha condannato in via definitiva a 22 anni di carcere per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi (1972). Una delle sentenze più controverse della storia d'Italia. Nel gennaio del 2000 quando andarono a cercarlo nella villa di Cortona, non c'era. Né lì né altrove. Latitante. Rifugiato in Francia grazie alla "dottrina Mitterrand". Il figlio di Stanislao Pietrostefani, prefetto di Arezzo a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, si è sempre proclamato innocente. Al Corriere di Arezzo che lo incontrò prima dell'ultimo processo, disse: "Questo Stato di deve dire scusa". Ora lo Stato, con le parole del Ministro Matteo Salvini dopo la cattura di Cesare Battisti, vorrebbe che Macron riconsegnasse i latitanti italiani per i quali la Francia nega l'estradizione. La storia di Pietrostefani è quella di un giovane studente che segue gli spostamenti del babbo, personaggio delle istituzioni (fondatore del Cai di Arezzo), poi frequenta l'università a Pisa e con Adriano Sofri dà vita a Lotta Continua. Ricordando quegli anni, più avanti riconoscerà il "fanatismo" di certe posizioni. Come la campagna denigratoria contro Calabresi, il commissario additato quale responsabile della morte dell'anarchico Pinelli, caduto dalla finestra della questura di Milano. I guai giudiziari di Pietrostefani, divenuto architetto e dirigente d'azienda, iniziarono negli anni Ottanta quando Leonardo Marino, pure lui di Lc, rivelò che l'uccisione del commissario era opera sua, di Ovidio Bompressi, che avrebbe sparato, e dei mandanti Sofri e Pietrostefani. Iniziò una tormentata vicenda processuale, con sentenze annullate e riformulate, fino al processo di revisione per il quale Giorgio Pietrostefani tornò in Italia dalla Francia. Un paio di anni di prigione, fino alla scarcerazione alla vigilia dell'udienza che però confermò il verdetto di condanna. Fu l'inizio della latitanza, che dura tuttora. La pena per lui si estingue nel 2027. Sofri l'ha scontata, Bompressi ha avuto l grazia dal presidente della repubblica. ARTICOLO COMPLETO SUL CORRIERE DI AREZZO IN EDICOLA E ON LINE DEL 16 GENNAIO