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Per favore non sparate sui selfie

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Michele Cucuzza
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Chissà perché tanta ostilità e fastidio per i selfie? Capisco che gli Uffizi abbiano vietato l'ingresso ai selfie stick, quei bastoncini sempre più lunghi e sofisticati, giustamente considerati pericolosi per i capolavori esposti, ma che il Festival di Cannes abbia vietato quelle foto così innocenti che fanno tutti (anche i denigratori) e che, comunque, se non le fai con il telefonino da un lato, le fai lo stesso dall'altro, come la classica foto di gruppo che usava un tempo e che i fan continuano a chiedere regolarmente a attori e registi: questo francamente si capisce meno. Ora, addirittura, un albergo di lusso di Forte dei Marmi ha esposto tanto di cartello in inglese a bordo piscina: 'fate silenzio e niente selfie' . Motivazione, tutelare la privacy dei clienti. Va bene, ma allora dovrebbero essere vietate tutte le foto, anche quelle impostate alla vecchia maniera (in un angolo sullo sfondo può comunque finirci dentro chiunque non abbia nessuna voglia di farsi immortalare) o addirittura si dovrebbero sequestrare direttamente gli smartphone, come pretendeva l'anno scorso Naomi Campbell, cosa evidentemente impensabile. Forse i nemici dei selfie dovrebbero sapere che si sta diffondendo in modo virale 'Periscope', un'applicazione gratuita che consente di filmare in diretta chiunque sia a tiro, senza naturalmente (o necessariamente) che questi se accorga: le immagini riprese in treno, in strada, allo stadio, in una qualunque sala d'attesa vengono viste in tempo reale da tutti quelli che sono muniti di quella stessa app: qui sì che si pongono davvero problemi di tutela della privacy. O no? Ma forse, anche in questo caso, non si fa più in tempo. Vedremo. Comunque, torniamo ai tanto denigrati e mal sopportati selfie. A renderli famosi e popolari a livello globale è stato Obama, quando ha permesso al primo ministro danese Helle Toring Schmidt di farsi l'autoscatto, lei al centro, tra lui e il primo ministro inglese David Cameron nel corso del memorial dedicato a Nelson Mandela, nel dicembre di due anni fa. Immediata la pioggia di critiche, naturalmente, non per la foto in sé ma perché quei tre leader sorridenti e in posa sbilenca (come è tipico di chi si lascia inquadrare nei selfie, per starci dentro) mal si addicevano a un'occasione così solenne e dolorosa come il funerale del padre del Sudafrica non più razzista. Non a caso, la first lady Michelle, seduta accanto al marito, non ha partecipato a quel 'simpatico souvenir'. Tant'è: quell'autoscatto ha fatto il giro del mondo, rimbalzando - nel marzo dell'anno scorso - a Hollywood: in due milioni hanno ritwittato in pochi minuti il selfie scattato la notte degli Oscar da Ellen DeGeneres con Julia Roberts, Brad Pitt e una decina di altre star. La moda era ormai irrefrenabile: inutile stupirsi o disprezzare, sarà colpa dei neuroni a specchio, ma da sempre proviamo a fare quel che vediamo fare agli altri. E così il selfie è entrato nel dizionario di Oxford e nello Zingarelli, i politici ne fanno largo uso, la ABC ne ha fatto una serie tv e ormai ne discutono con accanimento sociologi, filosofi, psicologi, neuroscenziati: narcisismo? Compulsività? Esibizionismi o scherzi da web? Di sicuro non si tratta di qualcosa di così nuovo e/o superficiale: uno dei padri dei selfie è stato il grande maestro del '900 norvegese Edvard Munch, quello del la drammatica serie 'Urlo', che si faceva centinaia di autoscatti in bianco e nero, lungo tutta la sua vita tormentata, tenendo in mano la sua Kodak, con l'obiettivo rivolto verso di sé: voleva, secondo i critici, fissare i suoi stati d'animo e, insieme, il suo inevitabile declino. In attesa di chiarirci meglio le idee sui selfie senza inutili condanne, cominciamo, a proposito di privacy e di rispetto per gli altri, a non parlare al telefono, a voce alta, davanti agli amici a tavola, ai colleghi in riunione o in treno, imponendo agli altri squarci di 'vite degli altri' non richiesti. Questo sì che si potrebbe vietare. [email protected]