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Sud, le cure che mancano

Michele Cucuzza
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L'ictus, che va di pari passo con l'invecchiamento della popolazione, è la patologia emergente dei nostri tempi.  Prevenirlo è fondamentale, per esempio quando si soffre di fibrillazione atriale: ma se a questo scopo si continuano a usare farmaci che possono provocare seri effetti collaterali, invece dei più recenti anticoagulanti orali, c'è il rischio di procurare al paziente sindromi altrettanto gravi, dai possibili esiti fatali. I farmaci che non comportano questi gravi pericoli, più costosi, sono in circolazione da anni ma il servizio sanitario non ne consente un utilizzo adeguato nelle regioni meridionali, dove i piani di rientro dai deficit accumulati negli anni impongono tagli delle spese generalizzati. La denuncia arriva dagli addetti ai lavori (medici cardiologi, internisti, neurologi) e dalle associazioni dei pazienti (FederAnziani, che ha 3 milioni e 500mila associati, e Caracuore, la federazione dei pazienti cardiopatici). La fibrillazione atriale si manifesta con il battito irregolare nel petto: le cavità del cuore che non riescono a espellere tutto il sangue possono formare dei trombi, dei coaguli, che occludendo il lume di una delle arterie cerebrali, possono causare l'ictus tromboembolico, l'interruzione dell'apporto di sangue ossigenato in un'area del cervello, con conseguente distruzione delle cellule e perdita di alcune funzioni come il movimento di un braccio, di una gamba, il linguaggio, la vista, l'udito. Sono circa 200 mila gli italiani che ogni anno hanno l'ictus: un paziente su tre con fibrillazione atriale va incontro all'ictus. Per prevenire questo rischio esiste da lungo tempo una terapia anticoagulante del sangue (warfarin) molto efficace ma che può comportare a sua volta conseguenze “opposte”: sanguinamenti, emorragie interne che - a livello cerebrale - possono essere mortali o provocare gravi disabilità. Per prevenirle i pazienti che fanno uso di questo farmaco devono fare continui prelievi di sangue (ogni 7-10 giorni) rivelatori di eventuali rischi emorragici. Preoccupazioni, pericoli concreti, tempi e costi dilatati: per 50 anni si è andati avanti così, in attesa di nuove medicine meno complicate. Finalmente, cinque anni fa, è arrivata anche in Italia una nuova classe di famaci, gli anticoagulanti orali direttivi, compresse che hanno la stessa efficacia dei farmaci più datati ma che non necessitano di controlli periodici del sangue (chi li usa corre il 70% in meno di rischio di emorragie intracraniche). Hanno costi iniziali più elevati (80 euro mensili contro i poco meno di 5 del warfarin) che compensano però quelli “indiretti'”degli anticoagulanti di antica generazione che comportano 3-4 controlli al mese, che sottraggono ore lavorative ai pazienti, da sommare alle spese per medici, infermieri, siringhe, provette, reagenti. Tuttavia, le regioni meridionali, in spending review, con i loro tetti per la spesa sanitaria, ne consentono un uso limitato (in Sicilia solo l'11 per cento, in Calabria c'è voluto un anno perché fossero autorizzati). “Questa non è uguaglianza: i cittadini devono avere gli stessi diritti, i pazienti del sud come quelli delle regioni del nord” è il commento di Franco Perticone, docente di Medicina Interna all'Università di Catanzaro e Presidente della Società Italiana di Medicina Interna, “i vari assessorati alla sanità dovrebbero indicare in maniera chiara la possibilità di utilizzare questa classe di farmaci, evitando ciò che capita in Campania dove le indicazioni sono difformi per le varie Asp e da un distretto all'altro. Il trattamento dei pazienti dev'essere uniforme in tutta Italia: solo così è garantita l'appropriatezza terapeutica, la migliore utilizzazione delle risorse per assicurare qualità della vita ai pazienti e risparmi gestionali”. Problemi che si pongono già per altri farmaci, come gli antivirali per l'epatite C, innovativi ma costosi e che si teme possano verificarsi anche per i nuovi prodotti per il trattamento del colesterolo. [email protected]