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La ciccia e il rispetto

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Jacopo Barbarito
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Credo sia il caso di tornare sulla vicenda delle tre arciere azzurre “cicciottelle” perché, al di là della sanzione nei confronti del direttore del Qs, Giuseppe Tassi, che certamente si poteva evitare, non mi pare sia servita a nulla. Anzi, dopo la grande bagarre nella rete e nei media più tradizionali, dare del sovrappeso a qualcuno è un'opzione ormai “sdoganata”. La conferma ce la dà lo stesso Tassi che pure - diamogliene atto - ha prontamente chiesto scusa sul sito e sul suo giornale e che - resosi conto di aver creato un caso - ha corretto il titolo già nella seconda edizione del quotidiano. Intervistato però dal Corriere della Sera dice di capire chi si è sentito toccato dal termine “cicciottella'” che lui considera semplicemente “non adatto'”. Tanto è vero che - spiega - all'origine di quel titolo c'era l'idea “affettuosa” che “anche le persone comuni possono diventare delle atlete di altissimo livello”. Il punto è proprio questo. Al netto della buona fede del caso specifico in esame, risulta indigesto far capire che, ancora prima di parlare di sessismo o di maschilismo nello sport, non si può identificare una persona, ogni persona, uomo o donna, per il suo aspetto fisico “diverso”: sempre, che faccia agonismo o no. La gente non ha bisogno di essere valutata da noi se ha l'immagine esteriore giusta, l'incontro è un'opportunità di scambio che prescinde dagli schemi estetici. Avere bisogno di ricorrervi, sottolineare la diversità di chi abbiamo davanti per farci su una risatina, diciamo pure bonaria, oltre al provincialismo, all'arretratezza culturale potrebbe persino rivelare un'inconsapevole condizione di insicurezza competitiva. Insomma, è finita da un pezzo l'epoca in cui ci si poteva permettere di dare del “quattrocchi” a chi portava gli occhiali, del “capellone” al calvo e via di questo epiteto fino al “negretto” passando appunto per il “ciccione”. Andiamo. Anche perché abbiamo capito da tempo che proprio qua sta l'origine del bullismo contro il quale tanto ci stracciamo le vesti periodicamente: a scuola gli adolescenti insicuri e prepotenti che hanno bisogno di fare branco inventandosi una vittima, ovviamente fisicamente meno prestante di loro , cominciano a canzonarla a partire proprio dal suo aspetto. Del resto, questo è un paese dove chi dà della “scimmia negra” a una donna di colore si dice convinto di non essere razzista. Ecco perché non si può sorvolare su chi mette l'estetica davanti al resto. Altrimenti si rivela pura retorica l'esaltazione dell'incontro Egitto-Germania di beach volley, sempre alle Olimpiadi di Rio, quando ci siamo deliziati ad assistere al contatto sportivo tra hijab e bikini, due mondi lontani finalmente e giustamente insieme, divisi soltanto da una semplice rete e non da un muro: a nessuno è venuto in mente, in quell'occasione, di sorridere, di fare la battutina sul look delle atlete del Cairo che giocavano in spiaggia coperte dalla testa ai piedi. Perché in quel caso abbiamo capito tutti che sarebbe stato perlomeno inopportuno e stavolta no? E come la mettiamo con Teresa Almeida, in porta nella squadra di pallamano dell'Angola che, con i suoi 98 chili, ha deciso di gareggiare a Rio proprio in quanto portabandiera dei “grassi”? Facciamo uno sforzo di sincerità: diamo per scontato che aver dato delle cicciottelle a delle atlete non sia stato fatto per offendere né per discriminare. A mente serena, a questo punto, possiamo dirci chiaro e tondo che non è più ammissibile che le valutazioni estetiche anche vagamente derisorie, se il fisico non corrisponde ai nostri pregiudizi , le allusioni al peso, all'altezza, alla corporatura, fino al colore della pelle definiscano le persone, marchino la diversità, la distanza da un inesistente modello appropriato che - manco a dirlo - sarebbe incarnato da noi . Il politicamente corretto non c'entra nulla. Non è nemmeno un processo fazioso all'informazione. E' semplicemente questione di rispetto.