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Viva le fiction e le loro verità

Michele Cucuzza
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Feste di fine anno in arrivo: più tempo per guardare la tv, comprese le fiction, quei racconti a puntate specchio del nostro tempo che gli americani chiamano “serie”. E sulle quali hanno fatto da tempo cospicui investimenti culturali (ed economici) indicandoci come al solito un modello da seguire: fermare l'analfabetismo di ritorno dilagante nel pubblico, proporre rapporti “politicamente corretti” per salvare, alla fine, con la televisione, la stessa convivenza sociale. “Negli Stati Uniti il mondo dello spettacolo è sempre stato lo strumento attraverso il quale veicolare valori utili per la società” riflette Dario Baudini, uno dei più prolifici autori televisivi italiani, da “Sanremo” a “Quelli che il calcio”: “mentre in Europa cinema e tv sono stati visti per decenni come strumenti per diffondere visioni edificanti o più frequentemente propaganda, negli States, già ai tempi di Roosevelt e del suo ‘New deal', Hollywood e poi la televisione avevano lo scopo di far rinascere lo spirito americano messo in crisi dalla depressione del 1929. Basterebbe citare ‘Furore', il film di John Ford ispirato al romanzo di Steinbeck: malgrado sofferenze e battute d'arresto dolorose, la vita poteva ricominciare. Quando agli inizi degli anni '90 il modello televisivo basato sulla produzione del maggior numero di ore di trasmissione al minor costo possibile aveva prodotto contenuti inconsistenti, invece di proclamare la morte della tv, si è deciso di investire ingenti somme nella tv di qualità, centrata proprio sulle fiction, che negli Usa vanno in prima serata e sono l'ossatura della programmazione di una rete, puntando su storie anche controverse che spingessero il pubblico a ricominciare a pensare. In ‘Twin peaks' David Linch e Mark Frost raccontavano nel '90-'91 gli intrighi e le bassezze della vita di provincia americana: una serie innovativa che tra dibattiti anche molto aspri ha obbligato l'America a riflettere su se stessa. Una lezione colta subito da Hollywood che ha dirottato sulle serie tv grandi produzioni, sceneggiatori, registi e attori: Michael Crichton è stato chiamato a scrivere ‘ER', le cui puntate sono state girate perfino da Spielberg e Tarantino. J. J. Abrams, ora in ‘Guerre stellari', è stato il creatore di ‘Lost', serie di culto tra il 2004 e il 2010, che ha introdotto la necessità per lo spettatore di seguire gli sviluppi della trama in appuntamenti settimanali durati anni, smentendo tutti i luoghi comuni del caso: un'innovazione rivoluzionaria anche dal punto di vista commerciale. Senza dimenticare ‘Sex and the City', ‘Desperate housewives', ‘Homeland', e più recentemente ‘House of cards' con il premio Oscar Kevin Spacey, ‘Scandal' l'altra serie ambientata nella Casa Bianca e ‘Game of thrones'. Per arrivare a ‘22.11.63' la serie con James Franco tratta da Stephen King sull'assassinio di Kennedy: il successo di queste fiction permette ancora una volta agli americani di giudicare la propria storia e ragionare su se stessi. Sanno guadagnare con la cultura, presentando nelle serie un paese evoluto, come dovrebbe essere, nel rapporto con le donne, i neri, i gay. Mentre il cinema ormai fa successo quasi esclusivamente con storie di supereroi zeppe di effetti speciali, in tv rimangono gli elementi di rottura, di novità anche nei prodotti apparentemente più tradizionali come i polizieschi alla ‘NCIS' e ‘Bones'. E in Italia? “E' tutto molto più difficile” allarga le braccia Baudini “alla tradizionale fragilità dell'industria culturale e all'esiguità dei suoi fruitori, si aggiunge il fatto che le grandi reti televisive, sottoposte al controllo della politica che le hanno sostituite a Parlamento e istituzioni, non possono permettersi di programmare produzioni di lunga durata come le serie televisive. Con le lodevoli eccezioni di ‘Romanzo criminale', ‘1992' e ‘Gomorra' prodotte da una tv come Sky lontana guarda caso dall'alternarsi continuo dei gruppi dirigenti voluto dalla politica”. [email protected]