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Coronavirus, l'aretino Alessandro Polcri a New York: "Qui nella Grande Mela avvelenata dal Covid19"

Francesco Del Teglia
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Il Coronavirus dall'altra parte dell'Oceano. Alessandro Polcri, 52enne di Sansepolcro, in provincia di Arezzo, figlio di Franco che fu sindaco nel comune della Valtiberina sino al 2011, è negli Usa dal 1997 quando dopo la laurea a Firenze in lettere classiche vinse il concorso per andare a fare il dottorato in Italianistica alla prestigiosa Yale University. Dal 2004 vive e lavora a New York, professore associato di lingua e letteratura italiana alla Fordham University. Nella Grande Mela convive ogni giorno con la minaccia del Covid19 assieme alla moglie e a due figlie piccole. La sua è una preziosa testimonianza di come questa pandemia viene affrontata in uno dei luoghi attualmente più a rischio. Com'è il vostro quotidiano in questi giorni segnati dal Coronavirus? “Viviamo una vita un pò caotica scandita dal sovrapporsi delle molte lezioni via video delle bambine, Sofia, 11 anni e Beatrice di 6, mie dato che a Fordham insegniamo a distanza come del resto fanno tutti ora negli Usa, e di mia moglie Amelia che lavora come interprete e traduttrice. Spesso allo stesso tempo siamo almeno in tre a collegarci e per fortuna abbiamo diversi computer e due cellulari tutti ormai diventati parti integranti della famiglia. Usciamo pochissimo solo per correre 20 minuti nel parco sotto casa, il Brooklyn Bridge Park posto lungo il fiume Hudson sulla baia da cui si vede la Statua della Libertà, tutta la parte terminale di Manhattan e il ponte di Brooklyn. Da questa epidemia usciremo tutti maturati a livello di sensibilità pratica e forse spirituale, ma avremo soprattutto radicata molto forte in noi anche la consapevolezza che la tecnologia ha un lato buono perché salva la vita, diventando un collante sociale imprescindibile”. Usa record di contagi nel Mondo dopo un periodo di relativa calma. C'è un perché? “Il governo americano ha reagito tardi e male, sottovalutando la minaccia e rifiutandosi di prendere sul serio tutti i segnali che provenivano dall'Europa e soprattutto dall'Italia. Questo si deve a molti fattori tra cui, oltre a una certa supponenza nei confronti del nostro paese, spicca la miopia e arroganza di Trump al quale preme solo di salvare l'economia e di difendere un'idea di America forte e diversa dal resto del mondo. Devo però dire che nessuno stato ha capito subito i rischi. Qui hanno perseverato con una testardaggine davvero unica e, a dire il vero, ancora non sono riusciti ad imporre a livello federale un protocollo di emergenza condiviso. Trump ha lasciato ai 50 governatori degli stati la decisione su come procedere, il che è stato disastroso.  Si aggiunga che mancano ventilatori polmonari e mascherine. Qui a New York siamo nel ventre della balena e siamo tutti molto attenti perché molto esposti”. Appunto, New York la zona più a rischio. Avete paura? “Sì, inutile girarci intorno. New York è come la Lombardia. Purtroppo muore molta gente. La colpa è anche del sindaco De Blasio che non ha preso subito sul serio la situazione, meglio ha reagito il governatore Cuomo.  In particolare Brooklyn, il nostro quartiere, è uno degli epicentri. Andare al supermercato bardato di mascherina e guanti è un'avventura stressante. Scrivevo oggi a una mia collega che quando vado a fare la spesa mi sento, un po' esagerando, come quei cacciatori che lasciavano la famiglia per procacciarsi il cibo sapendo che forse non sarebbero tornati”. Trump ha detto che sotto la soglia dei 100.000 morti sarà un successo. Che ne pensa? “Trump, e con lui molti governatori e sindaci, ha dovuto ammettere controvoglia la tragicità di questa situazione. Ora purtroppo la previsione è addirittura peggiorata in pochi giorni: adesso pensano a un numero tra 100.000 e 240.000 morti. Tutto questo poteva essere se non evitato, almeno contenuto. Hanno stanziato molti soldi per salvare l'economia, ma mai era successo che ci fossero più di dieci milioni di disoccupati in poche settimane, più della grande depressione iniziata nel 1929. Per questo danno lo ‘stimulus check', un aiuto finanziario che, se ho capito bene, sarà versato assieme al rimborso annuale delle tasse. Ma non basterà”. Com'è organizzato il servizio sanitario da voi per fronteggiare l'emergenza? “Il sistema americano è privato e questo è il vero problema. In generale ha ottimi medici e punte di assoluta eccellenza, ma non era affatto preparato per fronteggiare questa tragedia. Per esempio, oltre alla carenza di ventilatori e mascherine, è stata determinante la mancanza dei tamponi a cui si aggiunge il loro costo proibitivo, cosa che ha fatto degenerare la situazione. Un tampone costava circa 3000 dollari e dunque all'inizio lo facevano solo quando un paziente mostrava chiari sintomi e dunque aveva già infettato molte persone. In altre parole, non c'è stata una politica preventiva, cioè non hanno fatto fare i tamponi per verificare chi era immune e chi invece aveva già contratto il virus, con o senza sintomi. Ora pare che siano stati stanziati dei finanziamenti per i tamponi e dunque sia più facile essere testato, anche le assicurazioni coprono meglio le spese, ma all'inizio del contagio era diverso. Creare una sanità pubblica è uno dei grandi progetti che speriamo saranno realizzati in futuro”. La sua famiglia, soprattutto le bambine, come reagiscono a questa situazione? “Beatrice amava andare a scuola e forse soffre un po', ma si sta adattando alle lezioni in video. In generale le bambine hanno reagito molto bene e non hanno subito grosse conseguenze fino ad ora per fortuna. Sofia per esempio ha avuto anche un vantaggio da questa situazione. Siccome si dedica al piano con un certo impegno, studia a distanza facendo quello che qui si chiama ‘homeschooling', cioè educazione parentale. L'abbiamo iscritta alla scuola media a Firenze dove eravamo l'anno scorso per tutto l'anno e dove torneremo ancora per un anno. Da quanto le scuole sono passate al video Sofia tutte le mattine, alzandosi presto, può seguire in diretta le lezioni”. Immagino sarà in contatto quotidiano con i suoi familiari rimasti in Valtiberina. “Ogni giorno vedo mio padre e mia madre e, manco a dirlo, usiamo vari tipi di chat e video: Skype, WhatsApp, Duo, Facetime. Tutti ringraziamo sempre queste tecnologie che hanno abbattuto le distanze. A volte facciamo anche riunioni dei tre gruppi familiari e così Monterchi, dove abita mia sorella, Sansepolcro e New York diventano una cosa sola”.