Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Arezzo, storia di Mario: "Io positivo al Covid vivo nell'albergo sanitario e sogno un giro in bici"

Mauro Pozzozengaro

Francesca Muzzi
  • a
  • a
  • a

Quando Mauro Pozzozengaro ha deciso di trasferirsi all'albergo sanitario Arezzo Sport College, il suo bambino di appena 4 anni l'ha guardato e gli ha chiesto: “Babbo dove vai?”. “Vado a combattere il Coronavirus”, gli ha risposto Mauro. E il piccolo: “Allora prendi le pistole”. Anche il suo bambino, ha combattuto il Coronavirus e lo ha sconfitto insieme alla mamma. Il 1 maggio i tamponi si erano negativizzati. Ma Mauro, dal 15 di marzo, è ancora positivo. Per questo ha deciso di fare le valigie e di trasferisi all'albergo sanitario. Per difendere la sua famiglia da una ricaduta. “Ma all'albergo per quanto bello sia, non è di sicuro una vacanza - racconta - Ci sono giorni che mi sembra di diventare matto”. Mauro ha 38 anni, è originario di Foggia e vive a Camucia. Lavora come guardia giurata ed è stato proprio durante un turno di notte che si è sentito poco bene. “La mia compagna stava già male. Pensavo fosse influenza - racconta - Fino a quando la febbre mi è salita fino a 40 gradi e sono corso al pronto soccorso. Mi hanno ricoverato nel reparto di malattie infettive. Due giorni, forse tre, non ricordo. Il tampone ed ecco la positività al Coronavirus”. Lui, la compagna ed anche il piccolino. “Per fortuna, una volta dimesso dall'ospedale, i miei sintomi sono andati migliorando”. Ma mentre la sua famiglia si negativizzava, lui continua ad essere positivo. “Non ne posso più - dice - L'ultimo tampone l'ho fatto ieri e spero di avere il risultato oggi”. All'albergo sanitario le giornate sono tutte uguali. “Guardo un po' di televisione, faccio le videochiamate con la mia famiglia, e con gli amici. Ho voglia di uscire”. Sa già la prima cosa che farà una volta fuori, oltre ad abbracciare i suoi cari. “Un bel giro in bicicletta. Guardate qua che giornate di sole e io chiuso qua dentro”. Giornate che, però, servono anche a pensare. “In questo periodo mi sono reso conto delle persone che voglio nella mia vita e di quelle delle quali, da ora in poi, starò bene anche senza”. Sono alcuni di quelli che Mauro reputava amici: “Ma che quasi mi hanno fatto sentire in colpa, perché ho portato il virus nelle loro case. Solo che io non lo sapevo di essere malato. E' come un'influenza. Cova dentro”.  ARTICOLO IN EDICOLA SUL CORRIERE IL 14 MAGGIO E ON LINE