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Clochard raccoglie firme tra i senzatetto: "Riaprite il dormitorio"

Francesca Muzzi
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Il quadernone è sgualcito, ma le firme si leggono. Ci sono tutti i tipi di calligrafia. Quella sicura, quella meno, ma tutte quelle firme chiedono la stessa cosa: “Riaprite il dormitorio di San Domenico”. Venne chiuso quando la primavera bussava alle porte. E ora che freddo e pioggia stanno per tornare? La risposta è su quel quadernone di Trotzy Caraviello che da agosto ha cominciato a riempirsi di nomi e cognomi. Ci ha pensato per tempo, il senzatetto che staziona tra Corso Italia e piazza Sant'Agostino. Gli hanno detto anche che quelle firme non sono buone, perché non ha seguito la procedura ufficiale, ma lui risponde: “E io che ne sapevo? Io ho fatto firmare. Senzatetto e anche gente che il letto ce l'ha. Ma se le porto in Comune non valgono?”. Dai un'occhiata alle calligrafie e vorresti solo rispondere che valgono più di mille firme autenticate. Trotzy ha 45 anni, un nome difficile da pronunciare: “Cognome russo, ma i miei genitori me lo hanno messo come nome”, e arriva da Napoli. “E' stata una mia scelta vivere per strada. Avevo 16 anni”. E' dura credere che a 16 anni un ragazzo scelga di vivere per strada. Ci credi solo se quel ragazzo non ha alternative. “Io andavo sempre al dormitorio di San Domenico - racconta Trotzy - Almeno un letto e un posto dove lavarmi ce lo avevo. Adesso, per fortuna, riapre la Fraternita Federico Bindi. La mattina dalle 8 alle 10.30 posso andare là e il pomeriggio tre volte la settimana. Mi hanno anche offerto di lavorare al loro orto sociale”. Durante il giorno Trotzky chiede l'elemosina. “Per mangiare qualcosa. Ma non è che si raccatta molto”. Aspetta di potere mettere le corde alla chitarra per ricominciare a suonare. E di notte? “Di notte dormo alla Cadorna. Andate a vedere dove sto. C'è un cartone per terra, ma comincia a fare freddo. E poi ho paura. Ho paura dei ragazzi che mi tirano i sassi”. E purtroppo immaginazione non è, perché gli è successo davvero. “Quando dormivo alla stazione, una notte, un gruppo di ragazzi cominciò a tirare dei sassi che rimbalzano sul muro e poi colpivano anche me. Anche la Cadorna non è un posto sicuro. Ecco perché ad agosto ho cominciato a raccogliere le firme per riaprire il dormitorio di San Domenico”.  SERVIZIO COMPLETO IN EDICOLA SUL CORRIERE IL 9 SETTEMBRE 2017