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E' crisi, in maggioranza e in minoranza

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Romano Salvi
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Per capire che non fosse amore, non c'era bisogno di aspettare la crisi del centesimo giorno: nell'idillio scoppiato tra OraGhinelli e Forza Italia da una parte e Lega e Fratelli d'Italia dall'altra durante la campagna elettorale, celebrato con le nozze  a Palazzo Cavallo, si erano aperte le prime crepe fin dal giorno dell'insediamento del consiglio comunale. La più profonda proprio quella di Fratelli d'Italia con Francesco Macrì candidato  alla presidenza del consiglio in una sfida, persa, al candidato del resto della maggioranza, Alessio Mattesini. Meno profonda, ma ancora da ricucire, quella  con la Lega, che prima  ha dovuto fare buon viso a cattivo giuoco di fronte all'esclusione dalla Giunta del suo leader, Egiziano Andreani,  e poi dopo cento giorni lo ha sospeso  con un cartellino giallo, arrivato da Firenze, per le sue dichiarazioni post esclusione. Ma da Firenze  al centesimo giorno è dovuto accorrere proprio il segretario regionale della Lega per rimettere ordine nel gruppo  che aveva firmato con Fratelli d'Italia un atto di indirizzo per niente gradito al resto della maggioranza e che “per un disguido”, si era allontanato dai banchi proprio quando c'era bisogno del numero legale.  Per ora non è invece arrivato nessuno da Firenze per riparare la crepa più profonda, quella con Fratelli d'Italia e il suo leader, Francesco Macrì, trattato dalla maggioranza peggio di quanto non abbia fatto la Lega con Andreani: a lui è toccato il cartellino rosso. Espulso dalla coalizione perché  “chi sta in maggioranza deve rispettarne le regole”. Macrì ha un bel dire nel riaffermare la sua fedeltà a Ghinelli, se poi rivendica il suo ruolo di garante del programma con il quale il centrodestra ha conquistato Palazzo Cavallo.  Fedele sì - dice, ma solo quando il sindaco il programma lo rispetta. Insomma  per rimuovere la crisi del centesimo giorno, ci vuole che ne passi qualche altro, quello del ritorno di Ghinelli dal Columbus day e dell'arrivo di un altro segretario regionale, quello di Fratelli d'Italia.  C'è, tra chi ha buona memoria, qualcuno che assimila il via vai di segretari regionali a Palazzo Cavallo ad un giorno per il centrodestra ben più pesante, quando per ricucire una crisi di maggioranza nel governo Lucherini arrivarono a Palazzo Cavallo i responsabili nazionali per gli enti locali dei tre  partiti che sostenevano Lucherini. E tra loro c'erano Denis Verdini, per Forza Italia e Italo Bocchino per Alleanza nazionale.  Il segretario regionale della Lega, Manuel Vescovi, di fronte al ricordo di quel giorno, si è affrettato a fare gli scongiuri. Nel via vai di segretari regionali non c'è traccia, da più di cento giorni, di quello del Pd: eppure il suo arrivo ad Arezzo, se non proprio quello di un responsabile nazionale del partito, visto che la sconfitta  del candidato a sindaco del Pd si parla ancora come di un caso nazionale, sembrava scontato, se non per capire le cause della waterloo del centrosinistra, almeno per risollevare il morale delle truppe in rotta del Pd. C'è voluto Macrì, nelle vesti finora esclusive di oppositore di una maggioranza entrata in crisi proprio per le sue trasgressioni, per rintracciare segnali di vita nel Pd sotto choc per la sconfitta e nell'opposizione istituzionale. Che, senza aver finora mosso paglia, salvo qualche eccezione  come quella del capogruppo di Arezzo in Comune e la pervicacia di Franco Dringoli che ci mette la faccia facendosi vedere accanto al vicesindaco Gamurrini alla inaugurazione di opere che sente  sue e dell'amministrazione sconfitta, evoca già la fine della legislatura Ghinelli, al quale non concede “di mangiare il panettone a Palazzo Cavallo”. Ma mentre festeggia i segnali di una crisi di maggioranza, continua a quattro mesi dalla sconfitta, a sorvolare sulle cause che l'hanno provocata: e il Pd, feste a parte per la crisi del centesimo giorno del centrodestra a Palazzo Cavallo,  ripropone la sua idea di città già proposta per portare Matteo Bracciali alla guida della città: un'idea  che sarà anche“di poche promesse e di molta concretezza”, ma che, anche se solo per 600 voti, non è piaciuta alla città. E prima di proporne una che riporti il centrosinistra alla guida di Palazzo Cavallo, il Pd dovrà capire perché in cinque anni  ha perso quasi quattromila dei suoi elettori. Se vuol riportarli alle urne, dovrà riflettere più sulla sua crisi  che  su quella della maggioranza.