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Due pesi, due misure

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Romano Salvi
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Ormai sono tutti d'accordo, e forse se ne è acconto anche il Consiglio dei ministri che, per evitare il fallimento delle quattro banche commissariate, tre delle quali da molto più di un anno, e per dare il via libera ad una soluzione gradita all'Ue, si  è riunito in tutta fretta di domenica pomeriggio. Una delle ultime domeniche dell'anno, quando mancava poco più di un mese al  calare della spada del bail in  dell'Ue sul collo di Banca Etruria e delle altre tre banche dove i commissari straordinari erano arrivati molto tempo prima che in via Calamandrei. Che la fretta sia cattiva consigliera era noto da secoli, ma che portasse il Consiglio dei ministri alla peggiore soluzione  possibile, dopo quella del fallimento, ora sono tutti d'accordo. Lo sanno sulla  propria pelle i 62mila soci e gli obbligazionisti di BancaEtruria che vedono azzerati i loro risparmi , lo urlano alla velocità di decine di  prese di posizione al giorno, i partiti, i politici, i sindaci, le associazioni, insomma tutti quelli che erano rimasti in silenzio per  mesi, nonostante le prolungate sollecitazioni ad intervenire, non solo a parole, fatte arrivare dai sindacati di categoria, dagli “Amici di BancaEtruria, da Assodige che rappresentano i dipendenti e i soci.  E pensare  che se c'era qualcuno che aveva avvertito da tempo il Governo dei rischi che stavano correndo le quattro banche in mancanza di una immediata approvazione del decreto salvabanche, era chi doveva metterci i soldi, il presidente del Fondo Interbancario, Salvatore Maccarone. Lo aveva fatto, lui sì urlando anche se non aveva radici nel territorio, nella sua audizione al Senato. Il suo piano per salvare le banche era noto da tempo, qualcosa più di due miliardi per acquisire nuove quote emesse con i rispettivi aumenti di capitale, da girare in seconda battuta a tre dei maggiori istituti di credito italiani, BancaIntesa, Unicredit, Ubi Banca. Un piano che scongiurava il pericolo del bail in, mettendo al sicuro gli obbligazionisti e concedendo agli azionisti, detentori di titoli, peraltro ridotti al lumicino,  la possibilità di sottoscrivere nuove azioni, conservando il ruolo di soci  come un vincolo storico  con il territorio, che ha un valore perfino al di là di quello di mercato. Senza contare il diritto, ora negato dal provvedimento del governo che dà alla Nuova Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio la veste giuridica di spa per decreto, di poter essere almeno protagonisti del loro destino nell'ultima assemblea dei soci con voto capitario. Di cui, come aveva annunciato uno dei commissari straordinari, Antonio Pironti alla Casa Museo Bruschi, era ormai imminente la convocazione. Ma Pironti aveva anche confermato la cessione di 300 milioni di crediti deteriorati a prezzo di mercato come prima tranche  dei 2 miliardi di sofferenze, alla quale- aveva detto-  ne sarebbero seguite altre in tempi brevi. Ora  le sofferenze confluiscono nella bad - bank ,  mentre la nuova banca , sempre secondo il decreto che deve passare dalle aule di Camera e Senato, dove c'è chi, come Giorgia Meloni e Deborah Bergamini, annuncia battaglia, si libera di ogni perdita e di ogni sofferenza, anche sulla pelle dei risparmiatori.  Ovvero di migliaia di soci e sottoscrittori di obbligazioni che hanno garantito il radicamento nel territorio della Banca Popolare, ma che avrebbero potuto, con il piano del Fondo interbancario, continuare a garantirlo anche dopo la trasformazione in spa, se pur con un nocciolo duro attorno al 10 per cento, con la possibilità di consolidarlo insieme a imprenditori locali. Ora a soci e obbligazionisti, tutti estromessi per decreto, poco importa che il governo sia ligio alle direttive  europee che considerano aiuto di stato il piano, molto più indolore per tutti, del Fondo interbancario da tempo pronto a intervenire. C'è semmai di ricordare che proprio il ministro con la  delega di maggior competenza, Pier Carlo Padoan, aveva definito “piccoli cavilli” le eccezioni dell'Ue al piano del Fondo interbancario. Cavilli da sfidare – si faceva capire - anche a costo di incorrere in sanzioni alle quali opporsi  presso tutti i gradi di giustizia europei. Non risale del resto a epoche lontane il salvataggio con più di 200 miliardi di euro, tutte risorse statali,  delle Sparkasse, le piccole Casse di Risparmio tedesche, e di altri paesi europei . Non è certo una coincidenza che il salvataggio di stato risalga a pochi giorni prima che entrasse in vigore il bail in. Proprio quando in Italia, il ministero del Tesoro dava una mano da 3 miliardi e 900 milioni al Monte dei Paschi attraverso l'emissione dei “Monti bond”.  Più o meno la stessa somma che gli italiani dovevano pagare come seconda rata dell'Imu. Più che aiuti di stato, aiuti di tutti gli italiani. Compresi gli azionisti e gli obbligazionisti di BancaEtruria  che ora devono anche immolarsi sull'altare dell'Europa, davanti al quale non si è inchinata neppure la Grecia.