Il mistero del no a Vicenza

BancaEtruria, salvare il salvabile

24.01.2016 - 17:36

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In quattro riuscivano a raggiungere appena l’ 1 per cento  dell’intero asset di tutto il sistema bancario italiano, che, secondo il presidente del consiglio e Bankitalia, a dispetto degli ultimi attacchi degli speculatori, non sta peggio di quello tedesco. Quanto siano vicino alla verità lo dimostra l’allarme sui conti di fine anno lanciato da Deutsche Bank,la prima banca tedesca,  che in bilancio prevede  tra l’altro  un miliardo e duecento milioni di spese legali. Forse è proprio perché tutte quattro insieme, BancaEtruria, BancaMarche, Cariferrara e Carichieti, rappresentavano un bruscolino in mezzo alle travi nell’occhio delle banche italiane, che hanno in carico complessivamente 230 miliardi di crediti deteriorati, forse è perché, fatti i conti,  dell’uno per cento a BancaEtruria toccava si e no lo 0,30 per cento dell’intero asset del sistema bancario, o forse perché in Toscana avevano già lavorato abbastanza con Montepaschi, forse per tutto questo, nessuno dei più noti inchiestisti di quotidiani e periodici si era mai presa la briga di raccogliere e denunciare l’allarme che arrivava dai conti di BancaEtruria ancora prima  che in via Calamandrei arrivassero i commissari di Bankitalia. Ora che BancaEtruria è stata cancellata per decreto governativo, gli inchiestisti hanno scoperto ad Arezzo il  terreno più adatto per una gara alla ricerca delle responsabilità anche e soprattutto personali del disastro. E lo fanno con dovizia di particolari che sembrano pane per i denti di chi si occupa di cronaca giudiziaria. Sorge un dubbio più che legittimo: se di tanta attenzione mediatica se ne fosse rivolta anche solo un millesimo ai rischi che stava correndo la Banca, insieme ai suoi azionisti e obbligazionisti, quando gli ispettori di Bankitalia conclusero la loro ispezione a fine 2013 denunciando il peso insostenibile di quasi tre miliardi di crediti deteriorati, e invitando  i due Cda che da allora si sono succeduti alla guida di via Calamandrei, a trovare in tempi rapidi un partners o un acquirente in grado di sostenere il peso delle esposizioni, se anche le istituzioni locali non fossero rimaste in un colpevole silenzio, forse anche Bankitalia avrebbe  avuto qualche sollecitazione in più ad accelerare i tempi, e di tempo ne avrebbe avuto ben più per evitare l’ultima corsa disperata per sfuggire al bail in. Una corsa  conclusasi con il decreto “salvabanche”del governo del 22 novembre  e  che ha lasciato per strada la Vecchia Banca Etruria, i suoi azionisti e migliaia di obbligazionisti. Ci sarà, insieme all’ultimo presidente di BancaEtruria, Lorenzo Rosi, e ai due commissari inviati da Bankitalia per rilevare l’ultimo Cda, anche un rappresentante di Bankitalia,  l’8 febbraio all’udienza  per decidere sul ricorso presentato dal commissario liquidatore di BancaEtruria per insolvenza. E si sentirà elencare i numeri del disastro, a cominciare dai tre miliardi di crediti deteriorati, che almeno in gran parte Bankitalia conosceva fin dall’ispezione di  più di due anni fa. Tanto sarebbe bastato per far rispettare a chi guidava allora BancaEtruria i tempi brevi della ricerca del partner. Ma in corso c’è anche il rilancio, tra vecchi amministratori e Bankitalia, delle responsabilità della mancata individuazione del partner. C’è però anche chi sostiene che se l’opa amichevole della Popolare di Vicenza  fosse andata in porto, non sarebbero emersi tanti dettagli della pessima amministrazione di via Calamandrei: come dire se si fossero rafforzati gli argini del fiume in piena, non ci sarebbe stata l’alluvione. E invece l’alluvione c’è stata ed ha sommerso azionisti e obbligazionisti. Proprio mentre la Popolare di Vicenza sta accelerando il percorso verso la quotazione in Borsa e un aumento di capitale da un miliardo che rispetterà i soci storici. Che il 5 marzo saranno in assemblea per approvare la trasformazione in spa. Proprio mentre  stanno scadendo i termini per la presentazione delle manifestazioni di interesse delle nuove banche nate dal salvataggio di BancaEtruria, BancaMarche, Cariferrara e  Carichieti. L’amministratore delegato di BancaEtruria, Roberto Bertola, se da una parte rispetta con la massima riservatezza il lavoro degli advisor impegnati nella raccolta delle manifestazioni di interesse, dall’altra non nasconde il suo ottimismo sul lavoro della task force da lui schierata sia per dare alla Nuova BancaEtruria neonata sotto il simbolo della cicogna che deposita nel nido il suo cicognotto, sia per dare agli obbligazionisti l’assistenza necessaria per la documentazione da presentare all’arbitrato che dovrà decidere i criteri per i rimborsi.  Che nome avrà il cicognotto da grande? Per Bertola, banchiere di Saluzzo che va al sodo anche se con una brillantezza che non è tipica dei piemontesi, questo è l’ultimo dei problemi. Ora c’è da salvare il salvabile. Lui è certo che, prima di tornare a Saluzzo, il cicognotto lascerà il nido per volare. Per ora ne sta diffondendo sul territorio una immagine piena di vita stampata su migliaia di messaggi promozionali. Non a caso è concittadino di Giambattista Bodoni, che di stampa se ne intendeva.

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