Fortezza, non chiamiamola più medicea

Fortezza, non chiamiamola più medicea

03.07.2016 - 20:27

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Dopo averla conquistata, Cosimo primo dei Medici fece di tutto per distruggerne l’identità storica, i palazzi dei suoi nobili, le chiese, le Torri: quando Antonio Sangallo il Giovane mise le mani al progetto della Fortezza, su ordine di Cosimo dei Medici, non tanto per difendere la città , quanto per attaccarla e rivolgere i cannoni verso gli aretini che avessero avuto l’intenzione di ribellarsi, con un tratto di carbone  cancellò il Palazzo del Comune con l’annessa mitica Torre Rossa, quello che restava del Palazzo del Popolo, il Palazzo Tarlati, circa 17 chiese,  e tutto il vecchio centro storico turrito della città trecentesca, sui resti di quella etrusca e del Foro Romano. In 22 anni, dal 1538 al 1560, Cosimo primo fu servito: era finita la Fortezza e non c’erano più le torri che potevano ostacolare  l’artiglieria medicea contro possibili rivolte antifiorentine. Per avere ancora più libera la visuale dei cannoni, l’opera fu completata con una spianata riempita dei ruderi dei palazzi: è quella che gli aretini da allora chiamano il Prato.  A Cosimo bastava imporre il suo dominio sulla città. Poco gli interessava di quello che restava. Ma se oggi potesse rientrare nella sua Fortezza, avrebbe una brutta sorpresa: proprio quello che aveva fatto costruire per cancellarla, oggi riscopre la storia di Arezzo: due millenni di storia che nessun piccone di Cosimo ha potuto o avrebbe potuto cancellare. Anzi è finita che proprio in Fortezza sono stati conservati . “Non chiamiamola più Fortezza medicea, chiamiamola luogo della storia di Arezzo- ha detto con una brillante intuizione Maurizio De Vita, direttore del dipartimento di restauro della facoltà di architettura di Firenze nonché direttore dei lavori di recupero dell’immenso patrimonio architettonico, storico e ambientale restituito alla città con un progetto da dieci milioni di euro cofinanziato dal Piuss e dalla Cassa di Risparmio di Firenze .  Lo ha detto quasi due anni fa, quando il cantiere, aperto nel 2008, stava ormai delineando le dimensioni e le potenzialità culturali e turistiche di un restauro così importante che lo stesso professor De Vita, che ha lavorato alla Fortezza da Basso,  ha definito il più prestigioso tra quelli che ha diretto.  De Vita stava in realtà intuendo il valore non solo storico e architettonico del recupero, ma i suoi contenuti identitari, nei quali la città poteva riconoscersi, una volta tanto ritrovarsi. Scommessa vinta dal direttore dei lavori, dall’anima del progetto e del suo finanziamento, l’ex assessore ai lavori pubblici Franco Dringoli, dalla professionalità degli addetti al cantiere della Mbf. La riconsegna alla città della Fortezza il 24 giugno  aveva creata un’attesa così spasmodica in città, che ha  compiuto perfino il miracolo di rendere popolare una mostra di scultura inaugurata in coincidenza con la Fortezza ritrovata. In realtà, in attesa di un piano condiviso tra tutte le componenti amministrative ed economiche della città, il 24 giugno verrà ricordato con l’orgoglio di una città che, negli anni di crisi devastante per l’italia e non solo, è riuscita, senza contare il restauro del suo teatro storico,  a realizzare un progetto di recupero senza termini di confronto  in questi anni. Tutto è cominciato nel 2008, quando il Comune ha attivato una collaborazione con il dipartimento della facoltà di architettura di Firenze che ha messo a disposizione tecnologie e capacità di ricerca per l’analisi delle pietre e dei materiali necessari al consolidamento del paramento murario. Ovvero per il primo intervento da oltre due milioni e mezzo, in gran parte finanziati dalla Cassa di Risparmio di Firenze. Prima della svolta del Piuss, ovvero del Piano complessivo di opere cofinanziate da un bando regionale con risorse comunitarie., e del quale la Fortezza rappresentava il fiore all’occhiello. Una svolta che con un contributo di oltre cinque milioni,  ha permesso in una sequenza, interrotta solo dalla difficoltà  poi superate della Mbf, ma sempre ben coordinata dai suoi responsabili, lavori di alta specializzazione per il restauro dell’ingresso principale e camminamenti di coronamento, del recupero degli ambienti del Bastione della Spina, del Bastione della Diacciaia, del Bastione del Soccorso , nel quale si è inserito il secondo accesso con una soluzione geniale di un ascensore all’interno di una torre in acciaio, del Bastione della Chiesa, dove gli scavi hanno fatto riemergere la cripta di San Donato in Cremona, dove già nell’anno mille si celebrava il culto del protettore di Arezzo. Scavi che all’altezza del bastione del Soccorso avevano nel frattempo riportato alla luce un altro insediamento che riporta di duemila anni indietro la storia della città contenuta nella Fortezza: i resti di una villa romana con una pavimento in mosaico così conservato che sembra posato ieri. E con una eleganza che supera ogni moderna tecnologia. Tre milioni dei dieci complessivi dell’intero recupero sono andati alla sistemazione degli spazi aperti che, una volta realizzato il terzo ingresso sul Bastione del Belvedere, già cofinaziato dalla Cassa di Risparmio di Firenze, potranno ospitare mille spettatori in una platea già dotata di un palcoscenico e delle infrastrutture al servizio di un teatro all’aperto. Un bel salto nel tempo, rispetto agli anni in cui in Fortezza si giocavano campionati di tamburello, di tiro alla fune, e di calcio tra chi marinava la scuola.

 

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