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Piste ciclabili a singhiozzo

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Antonella Lunetti
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Sarebbe come cancellare le ferrovie perché non succedano incidenti ferroviari. Ad Arezzo si cancellano  le piste ciclabili, perché ci sono ciclisti indisciplinati che potrebbero investire i pedoni. O perché rubano spazio ai marciapiedi sopra i quali possono salire le auto davanti a bar e negozi.  Per fare guerra alle bici, in fondo, è più facile cancellare le piste ciclabili che inventarsi, come se non ce fossero già abbastanza, nuove barriere architettoniche: è più facile e scoraggia di più il nemico a due ruote, a giudicare dal fatto che le barriere piantate sui marciapiedi del sottopasso di via Vittorio Veneto sono sì un ostacolo fisico e psicologico al passaggio dei disabili, ma non impediscono ai ciclisti indisciplinati  manovre ancora più spericolate, prima di tuffarsi  dentro il tunnel ferroviario. Piste ciclabili già progettate e ora cancellate a fianco di marciapiedi sui quali si lasciano in sosta le auto, anche prima di entrare nel sottopasso: senza correre poi tanti rischi, visto che i vigili non possono stare tutto il giorno nel sottopasso, né per i ciclisti indisciplinati e neppure per le auto sui marciapiedi.  “Ma Arezzo è in Europa”? un titolo provocatorio per la mostra fotografica che sta allestendo la Fiab, federazione italiana degli amici della bicicletta, per mettere a confronto il modo di muoversi in città ad Arezzo con quello dei centro urbani di analoghe dimensioni. Ma prima di avere l'esito del confronto con l'Europa, è quello con città italiane come Reggio Emilia, percorsa da 170 chilometri di piste ciclabili, che fa capire quanta  strada ha da fare Arezzo, con 25 chilometri e tutti  da connettere, prima che gli amici della bicicletta di Arezzo possano vincere la loro sfida. Pochi giorni fa in una intervista al Corriere di Arezzo, il presidente della Fiab di Arezzo, nonché consigliere nazionale della stessa federazione, ha denunciato l'assenza di un piano della mobilità sostenibile, senza il quale ha facile gioco l'improvvisazione di una rete sconnessa di piste ciclabili. In realtà la lunga odissea del Pums, appunto il piano della mobilità sostenibile, sembrava arrivata in porto con l'adozione del piano da parte della vecchia giunta. Ma il Pums, mai presentato in consiglio per l'approvazione, è tornato in alto mare. Di certo, quando e se in consiglio sarà presentato, non sarà più nella versione già adottata. Basta pensare al destino delle piste ciclabili previste da progetti già approvati e finanziati anche con risorse regionali e già cancellate al momento o in vista dell'esecuzione.  Cancellata quella che aveva contribuito al finanziamento regionale del progetto di restauro di Via Guido Monaco, dalla piazza fino alla stazione, mai condivisa e alla fine cancellata anche quella che qualificava il progetto di via Petrarca per il completamento del restauro degli assi ottocenteschi, anche questo cofinanziato dalla Regione con  il 60 per cento del costo di 850mila euro. Due tagli che compromettono la continuità di una rete ciclabile, che si stava allungando da qualche anno a singhiozzo, in attesa di essere connessa.  Difficile sorprendersi, insomma, se la Fiab rileva, come riferito dal Corriere di Arezzo, un calo di 400 ciclisti al giorno  nell'arco di un anno. Ma è anche sulla base di questi dati che la Fiab  non rinuncia alla sua battaglia. Anzi, è già sul piede di guerra in difesa della pista di via Petrarca. “La Regione, che promuove lo sviluppo delle piste ciclabili e che ha finanziato il progetto di Via Petrarca – dice il suo presidente - non può accettare che le proprie risorse vengano utilizzate cancellando un tratto essenziale alla rete ciclabile aretina”. Cardinali preannuncia istanze agli uffici regionali e ricorsi al Tar. Ma la sentenza è già arrivata dai ciclisti, quelli più disciplinati che hanno deciso, 400 al giorno, di lasciare la bicicletta in cantina. Andare in bici ad Arezzo, non solo nel sottopassaggio, è sempre più da spericolati.