Il mistero del no a Vicenza

BancaEtruria come il Titanic

01.01.2017 - 16:31

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Con un anno e un mese di ritardo, ma alla fine le scialuppe hanno deciso di partire per arrivare tutte in fila come formiche sotto il Titanic di BancaEtruria. Tutte in fila, ognuna con la  sua bandiera. A remare a tutta forza, tredici mesi dopo l’Sos arrivato chiaro e forte più di quello di Marconi, ora sono deputati, senatori, sindaci, consiglieri regionali, perfino vescovi. Ognuno ha il suo centro di raccolta da riempire  sempre più vuoto di elettori. In testa a tutti il Pd di Renzi che per colpa del suo comandante e del suo timoniere, tuttora ministro dell’economia, che  il 22 novembre del 2015 con il decreto “salvabanche” portarono BancaEtruria, BancaMarche, Cariferrara e Carichieti  a sbattere contro l’iceberg del bail in staccatosi dai ghiacci della Germania, ha perso  quasi tutti i ballottaggi delle ultime elezioni amministrative nei comuni dove il ballottaggio non l’aveva mai  permesso a nessuno. Ora arrivano anche le scialuppe degli amici più stretti di Renzi che un po’ troppo in fretta avevano salutato il decreto salvabanche, quello con le virgolette, come una vittoria del Consiglio dei ministri, allora  presieduto direttamente da Renzi.  Mentre il sindaco che l’ha preceduto, dopo aver respinto insieme a tutte le associazioni di categoria, Confindustria esclusa, gli assalti della Popolare di Vicenza che oggi viene salvata insieme al Monte dei Paschi dal decreto salvabanche senza virgolette e che allora offriva agli azionisti di BancaEtruria un euro per azione, ora siede in ben altri consessi, quello di oggi, Ghinelli, scrive  ancora a Mattarella. Lo stesso giorno in cui perfino un accademico come Brunetta si mette ai remi per salvare gli obbligazionisti di BancaEtruria, per non fare differenza con quelli del Monte dei Paschi che però non sono mai naufragati dal loro Titanic preso a rimorchio dal ministero del Tesoro. Nella ressa sul mare di via Calamandrei dove ora galleggia a stento la barchetta di Nuova Banca Etruria in attesa che la Bce dia un ok, come si legge oggi sul Corriere di Arezzo sempre meno scontato, a Ubi Banca per trainarla fino a Bergamo, tutti arrivano in soccorso dei 12mila obbligazionisti di BancaEtruria. Ci arrivano quando hanno saputo che i 40mila del Monte dei Paschi vengono trattati con i guanti bianchi. Certo due pesi e due misure, come ormai tutti ammettono, certo un dramma sociale che coinvolge tante famiglie aretine e del quale fa bene a preoccuparsi anche il vescovo di Arezzo. Ma, tutti presi dalla loro missione da militanti dell’esercito della salvezza, nessuno sembra percepire la dimensione epocale di un evento  destinato a segnare non solo un dramma sociale, ma anche uno dei peggiori capitoli della storia economica di una città che in 125 anni aveva saputo far nascere e crescere una Banca che Bankitalia aveva inserito tra le prime dieci Popolari italiane, pochi mesi prima di lasciarla sbattere contro il muro di ghiaccio del decreto “salvabanche , negandole la vera salvezza con gli stessi fondi pubblici con i quali da ora in poi si salveranno in via “preventiva”, non solo il Monte dei Paschi, ma anche la Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige e tutte le banche che si trovassero nelle stesse condizioni di BancaEtruria. Presa come cavia del bail in che il 22 novembre del 2015 non era neppure entrato, se mai lo sarà,  in vigore. Nel mare del naufragio nessuno si mai preoccupato dei 62 mila soci espulsi dalla nave dove Bankitalia diventava unico socio di una Banca Popolare trasformata in spa per decreto, senza neppure degnare i soci  dell’ultima cena, quella dell’ultima assemblea. Tutti messi alla porta dopo che la banca l’avevano finanziata e  rifinanziata con i propri risparmi aderendo agli aumenti di capitale ogni volta regolarmente autorizzati da Bankitalia. Sono loro in realtà a testimoniare la vera dimensione di un disastro che ha distrutto un patrimonio radicato da più di un secolo nel territorio. Sarà anche colpa, come ricorda il sindaco Ghinelli, di un anno bisestile da ricordare per sempre. Ma forse non era necessario un anno bisestile per capire l’inadeguatezza di una classe politica e dirigente di fronte ad una svolta sulla quale si deciderà il futuro della città.  Non basteranno le scialuppe, ci vorrà una corazzata con una sola bandiera: quella di una città  intera, abituata  a solcare i mari anche da sola. Ma poi anche a presentare il conto ai capitani che navigano a vista.

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