Il mistero del no a Vicenza

Le battaglie di retroguardia

15.01.2017 - 20:42

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Di retroguardia è sicuro: un po’ meno sicuro è che sia una vera battaglia. Ma è così che associazioni di categoria, amministratori pubblici, politici vorrebbero far apparire i pannicelli caldi di dichiarazioni e timide richieste a pioggia all'amministratore delegato di Ubi Banca, Victor Massiah, il giorno dopo la proposta di acquisto di BancaEtruria & Co. al prezzo di un euro. Parole che arrivano dopo tre anni di silenzio sull'agonia prima e sulla fine dopo, di un motore finanziario, che per 125 anni, prima come Banca Mutua Popolare aretina, poi come Bpel, e infine come BancaEtruria, ha fatto da perno alla crescita economica della città. Una intera classe dirigente che si schiera in battaglia, quando ormai la guerra è persa. Le armi sono affilate quanto quelle di un esercito di sconfitti che chiede il rispetto della convenzione di Ginevra. Si vestono tutti da guerrieri, compreso chi esultò alla notizia del decreto "salvabanche" che il 22 novembre del 2015 espropriò delle loro azioni gli azionisti e azzerò il valore delle obbligazioni di BancaEtruria, per poi presentare, a 18 mesi di distanza dalla resa firmata a Palazzo Chigi, accorate richieste a chi ha acquistato BancaEtruria & Co. per un euro, a chi ammette, ci mancherebbe altro, di aver fatto un affare per la città di Bergamo, a chi annuncia una "razionalizzazione del personale" per dire che si comincerà con il taglio di 900 posti di lavoro, a chi anticipa un piano di "migrazione" delle filiali acquistate. Insomma a Ubi Banca, che ha già pronta la nuova insegna per le filiali che di BancaEtruria manterrà nel territorio. Sono le insegne del vincitore al quale la classe dirigente aretina chiede quello che il vincitore non potrà mai concedere più di quanto si concede ad un feudo: a cominciare dal mantenimento del centro decisionale in via Calamandrei. In realtà, quelle delle associazioni di categoria, amministratori pubblici, politici sono dichiarazioni di facciata nel tentativo di acquisire consensi tra le vittime di un disastro sociale, devastante quanto la cancellazione di 125 anni di storia economica costruita dagli aretini, e fino al 22 novembre del 2015 garantita dai 62mila soci espulsi dalla sera alla mattina. Ma al danno ora si aggiunge la beffa: che toglie ogni alibi alla classe dirigente della città che oggi si sorprende se Ubi Banca compra tre banche spendendo un euro. E' la stessa classe dirigente che, riunita a Palazzo Cavallo dall'allora sindaco Fanfani, nella primavera del 2014, quando BancaEtruria era alla ricerca non di un compratore ma di un partner, si ribellò con tutte le sue componenti, ad eccezione di Confindustria e dell'allora consigliere regionale Marco Manneschi, di fronte all'Opa amichevole della Popolare di Vicenza che offriva sì un euro, ma per ogni azione detenuta dai 62mila soci di BancaEruria. Lo fece in nome di un radicamento territoriale, che il partner vicentino avrebbe messo a rischio. Se non fosse per una ormai acclarata incapacità delle componenti sociali, economiche e politiche aretine di costruire un progetto comune per la città, il no del 2014 alla Popolare di Vicenza sarebbe un mistero. Che non può non pesare sulla fine di BancaEtruria venduta a un euro, oltre che sulla cancellazione di 62mila soci azionisti e sulle sofferenze degli obbligazionisti. E che diventa ancora più pesante per chi si è assunto la responsabilità del no a Vicenza senza consultare l'assemblea dei soci, o per chi all'Opa ad un euro in cambio di ogni azione posseduta si ribellò, nel momento in cui il Consiglio dei ministri, non più a guida Renzi, decreta il salvataggio, senza virgolette, con 20 miliardi di fondi pubblici, di tutte le banche a rischio di default come lo era Banca Etruria prima che in risoluzione ci finisse proprio perché a Bankitalia allora la commissione europea vietava l'utilizzo degli stessi fondi pubblici. Due pesi e due misure, è vero. Ma è anche vero che se fosse andata in porto l'Opa lanciata da Vicenza, da almeno due anni in via Calamandrei ci sarebbe un partner protetto, come gli obbligazionisti, dal ministero del Tesoro con 20 miliardi di fondi pubblici. Ed è anche vero che gli azionisti di BancaEtruria non sarebbero stati espulsi, se ne sarebbero andati da soli con un euro in tasca per ogni azione posseduta. E avrebbero perfino avuto l'opportunità di rientrare come soci di via Calamandrei aderendo all'aumento di capitale di un miliardo e 650 milioni nel frattempo andato in porto a Vicenza. Per ogni euro intascato dall'Opa avrebbero potuto acquistare 10 azioni della nuova banca: pazienza se invece di chiamarsi Ubi Banca si fosse chiamata Banca Popolare di Vicenza.

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