cannocchiale

I consigli aperti su BancaEtruria

05.02.2017 - 12:32

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E’ vero che, a giudicare come sono stati trattati tutti i diecimila obbligazionisti di BancaEtruria, BancaMarche e Carichieti, la Banca d’Italia non ha mai preso in considerazione  le richieste unanimi dei consigli comunali riuniti in seduta straordinaria  ed aperta a tutti, pubblico, politici, sindacalisti, senza considerare le vittime del “salvabanche”. Ma è anche vero che almeno a Jesi e Macerata, il consiglio comunale straordinario ed aperto per BancaMarche lo hanno fatto più di un anno fa, così come a Ferrara per Carife e a Chieti per Carichieti, quando non era passato neanche un mese  dal decreto “salvabanche”  che azzerava gli obbligazionisti e faceva piazza pulita di 120mila azionisti che delle tre banche e del loro territorio erano stati da sempre la vera forza propulsiva. A cominciare dai soci di BancaEtruria che, per dimostrare quanto tenevano alla vecchia Popolare, tanto per parlare di aumenti di capitale, hanno aderito a quello del 2008  versando  sette euro e 50 centesimi per ogni nuova azione.  Ad Arezzo, per far sentire  in Bankitalia  la voce, non solo degli obbligazionisti, ma di tutta la città ferita dalla fine di BancaEtruria, il consiglio comunale straordinario si è aperto a tutti tre giorni fa, quando dal giorno del decreto “salvabanche” di mesi ne sono passati non uno ma quindici. Vuol dire che, invece che puntare sulla tempestività, si punterà sulla qualità.  Non sarà servita la tempestività dei consigli comunali marchigiani ad impedire un bail in, mai più applicato per altre banche in condizioni anche peggiori di BancaEtruria,  non sarebbe forse servita neanche la tempestività che non ha avuto il consiglio comunale aperto di Palazzo Cavallo, per provare a salvare, senza virgolette, un patrimonio del territorio costruito in 130 anni dagli aretini. Non resta che sperare che il consiglio comunale aperto a un anno e mezzo dalla fine di BancaEtruria, serva almeno a tutelare i diritti degli obbligazionisti e a convincere Ubi Banca a risparmiare almeno il seme  di una Banca, certo non abbastanza grande come il Monte dei Paschi per essere definita sistemica,  quindi decisiva per le sorti di un sistema nazionale che in piedi ci sta appena  da solo, ma abbastanza grande per essere stata protagonista di un sistema  locale economico, sociale e produttivo,  che da solo in piedi ci è stato bene per decenni.  Di più a chi ha speso un euro per tre banche  c’è poco da chiedere. Lo ha capito anche il sindaco Ghinelli, deluso dal fatto che lo stesso giorno in cui finalmente il consiglio comunale straordinario si apriva, nessuno lo ha chiamato da Via Calamandrei, dove  i vertici di Ubi Banca stavano prendendo posto ancora prima che Bankitalia e Bce diano il via al closing.  E niente hanno da chiedere i 62mila soci di BancaEtruria cancellati dal corpo sociale che ha ancora un solo azionista in Bankitalia. Hanno solo da dare, se non è pretendere troppo: partecipare ad un altro aumento di capitale, quello da 400 milioni di Ubi Banca. E pensare che fu proprio un altro consiglio straordinario aperto, quando a Palazzo Cavallo sindaco era Fanfani, a ribellarsi contro chi pretendeva di acquistare il 90 per cento di BancaEtruria versando ai soci un euro per ogni azione posseduta. Ogni consiglio comunale aperto ha la sua storia: quello di tre giorni fa proverà a tutelare i soci e a ricevere qualche grazia da Ubi Banca. Nulla di più. Quello di metà giugno del 2014, che si ribellò all’Opa della Popolare di Vicenza, non ha certo aiutato né gli obbligazionisti ai quali nessuno avrebbe azzerato le obbligazioni, né gli azionisti che per ogni azione avrebbero incassato un euro. E forse il seme di BancaEtruria in via Calamandrei, la Popolare di Vicenza, oggi salvata con i fondi pubblici, l’avrebbe conservato senza bisogno di chiederglielo.

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