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Il ritorno del prosindaco

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Romano Salvi
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Fare il sindaco – disse due anni fa Stefano Gasperini prima di candidarsi alle primarie a sindaco del Pd – è una cosa troppo importante  per non rifletterci prima di decidere. Quella di Gasperini, che del Pd era stato uno dei fondatori e, a dispetto della sua giovane età, uno dei leader più affidabili per tenere unite le due anime del partito, più che una confessione a cuore aperto, era la consapevolezza di un compito del quale si era del resto assunto la responsabilità per otto mesi come prosindaco, l'uomo che garantiva la continuità del governo della città, dopo le dimissioni di Fanfani e fino alla conclusione anticipata della legislatura. Ma anche l'uomo al quale tutto il consiglio comunale, compresa l'opposizione che otto mesi prima si era pronunciata per l'arrivo di un commissario, tributò un lungo applauso nell'ultima seduta della legislatura, mentre il presidente del Consiglio gli consegnava un ritratto da appendere nella galleria dei sindaci aretini. Alla fine Gasperini aveva accettato la sfida a tre: la perse, ma aveva già vinto quella della responsabilità di portare a termine  pratiche che se interrotte avrebbero privato la città delle risorse necessarie a completare progetti avviati da tempo.  Uno spirito di servizio che avrebbe meritato ben altro riconoscimento che quello di una sconfitta nell'ultima sfida, quella che conta, a sindaco, lanciata con false sicurezze che non appartengono a un uomo che ha “bisogno di riflettere su una cosa importante  come fare il sindaco”. Lanciata e persa, con una sconfitta che coinvolgeva tutto il partito  e che uno dei fondatori del Pd, un uomo di governo come Gasperini, non poteva non sentire anche sua.  E' quello che si chiama senso di appartenenza.  E che ormai non solo nel Pd  risuona come uno slogan abusato, quanto quelli del  partito del noi e non dell'io, quanto quelli del  partito inclusivo, uno slogan dietro il quale c'è la folla di chi salito sul carro del vincitore è già sceso o non sa come fare a scendere. Gasperini non ha mai avuto bisogno di salire sul carro del vincitore, è rimasto con i piedi per terra anche quando tutti sul carro si accalcavano. Può sorprendere se  uno che sul carro del vincitore non è mai salito,  alla fine si accorge che su quel carro non potrebbe  neppure riconoscersi?  Non può né sorprendere né  essere scalfito il significato della sua decisione ieri annunciata prima su Facebook poi alla Casa dell'Energia di Arezzo di lasciare il Pd e di aderire agli scissionisti del Movimento dei Democratici progressisti. Anche perché  un uomo che ha offerto spirito di servizio al partito e alla città anche nei momenti più critici, non può prendere la decisione a cuor leggero. E allora dette da lui hanno  ben altro significato parole che risuonano da ogni parte d'Italia  dette da chi trasloca da una casa politica all'altra. “La ragione – posta su Facebook – mi dice che l'involuzione odierna, traboccante di fastidio neppure celato verso le voci, non dico critiche, ma anche solo riflessive, mi spinge ad un nuovo impegno.  Per provare a ritrovare quelle idee di fondo che sono state alla base  della grande intuizione di far camminare insieme le esperienze della sinistra riformista e del cattolicesimo democratico”.  Se furono i suoi avversari in consiglio comunale ad applaudirlo alla fine del suo mandato, può sorprendere che siano proprio gli stessi avversari a salutare il ritorno del pro sindaco?  Anche a questo serve Facebook.