cannocchiale

Il G7 della Chimera di Arezzo

02.04.2017 - 17:50

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Riportarla per sempre  dove fu creata dal genio degli artigiani etruschi di Arezzo, quello che il sindaco Nardella, aprendo il G7 della cultura, ha offerto come esempio del “genius loci” dell’Etruria e della Toscana, è davvero una chimera. Restando con i piedi per terra, meglio prendere in parola il governatore Enrico Rossi che qualche tempo fa nell’aula magna del Liceo scientifico ha promesso che se il sindaco di Arezzo  lo chiederà, una mano la darà perché la Chimera di Arezzo torni per un po’ di tempo a casa. Quando ci tornerà per respirare un po’ d’aria familiare sarà accolta in trionfo non solo dagli aretini tra mura che le sono molto più congeniali di quelle del museo archeologico di Firenze,  dove è ancora più agonizzante di quanto appaia dopo essere stata colpita a morte da Bellerofonte: per esaltare la potenza espressiva di un mito che non moriva sotto i colpi di Bellerofonte, ma che i geni aretini del bronzo etrusco consegnavano due millenni e mezzo fa  al patrimonio dell’umanità, niente sembra più  salutare che una boccata d’aria tra le mura della Fortezza di Arezzo appena restaurata. Tra Chimera di Arezzo e Fortezza di Arezzo c’è un legame che ha stretto per sempre la storia: e la storia, anche quando ricorda l’orgoglio di Arezzo ferito da Cosimo de’ Medici, non si cambia. Anzi è proprio per una delle sue imprevedibili coincidenze che la storia  ha unito nel tempo la costruzione della Fortezza ,e  il ritrovamento del  simbolo  del genio aretino di 2.500 anni fa in un altro cantiere  di Cosimo I, quello del bastione di San Lorentino.  Ma se la storia non si cambia, soprattutto quella dell’arte si può valorizzare. Quella della Fortezza alla fine del restauro, non sarà cambiata, ma di certo è emersa dagli scavi in nuovi capitoli scritti duemila anni fa e fino ad ora mai letti. Al punto che lo stesso direttore dei lavori, l’architetto fiorentino Maurizio De Vita,  l’ha ribattezzata, non più Fortezza Medicea ma Fortezza di Arezzo. La Chimera riemersa  sotto gli stessi occhi di chi costruiva la Fortezza, non c’è mai stato bisogno di ribattezzarla, neanche quando Cosimo I  se ne innamorò e la portò a Palazzo Vecchio per esibire il suo potere. E’ sempre stata la Chimera di Arezzo. E in queste vesti il sindaco Ghinelli ha chiesto, subito ascoltato, al sindaco Nardella che fosse presentata ai ministri di tutti i paesi del G7 della cultura che, insieme ai direttori di tutti i più importanti musei del mondo, sfilavano a bocca aperta davanti al bronzo aretino, in trionfo nella sala di Leone X. Lì resterà fino al 27 aprile per stupire migliaia di turisti.  In fondo, visto che la storia non si cambia,  anche  quella di Palazzo Vecchio, dove la portò subito Cosimo nella stessa sala dove  è tornata tre giorni fa,  è la  casa della Chimera di Arezzo. In  attesa che torni a respirare per qualche tempo l’aria di chi la modellò più di due millenni fa, non c’è casa più degna di Palazzo Vecchio per continuare a ricevere anche dopo il 27 aprile la visita di milioni di visitatori da tutto il mondo. Che continui  mostrarla al mondo  a Palazzo Vecchio con l’orgoglio del “genius loci”  è il minimo che si può chiedere a chi la portò via da Arezzo. Se è vero che la storia, anche quella di Arezzo,  non si cambia, è anche vero che si può valorizzare. Si può a Palazzo Vecchio, si può a Londra con Piero della Francesca, si può alla Cappella Sistina con Michelangelo, si può in tutto il mondo.  Ad Arezzo si deve.

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