La storia secondo la Soprintendenza

La storia secondo la Soprintendenza

25.06.2017 - 17:07

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Non che si voglia fare campanilismo a tutti i costi, ma  metti che i pini  di via  Padre Caprara  fossero stati in via San Bernardino da Siena. La soprintendenza alle belle arti e al paesaggio, che ad Arezzo nel Palazzo delle Statue di via Ricasoli ha ormai solo un ufficio distaccato da Siena, dove  da tre anni si sono accorpate le Soprintendenze di Siena,Arezzo e Grosseto, avrebbe  dato l’autorizzazione al Comune di Arezzo di abbattere  22 pini , sani e vigorosi, che da quasi cinquant’anni fanno parte di un contesto paesaggistico dedicato a un santo senese?  Il dubbio non viene da una rivendicazione, che pure non sarebbe del tutto illegittima,  di un presidio istituzionale di cui Arezzo è stata privata in favore, tanto per cambiare, di Siena: viene dal fatto che i senesi tengono molto di più degli aretini a valorizzare la loro identità, senza escludere i santi. E Padre Raimondo Caprara, al quale è intitolata la via dove i 22 pini, messi a dimora nel 1978 sotto gli occhi del grande domenicano, sono stati abbattuti, come afferma il vicesindaco Gamurrini, con l’autorizzazione della Soprintendenza che ha sede a Siena,  per gli aretini che risiedono nella parrocchia di San Domenico, in un contesto paesaggistico, storico  e artistico che a Siena non ha niente da invidiare,  è molto di più che un santo da venerare.  E’  un eroe del nostro tempo,  al quale ogni aretino deve un pezzo della sua libertà riconquistata con la guerra al nazifascismo. E un pezzo della sua dignità difesa dalla “Repubblica di San Domenico”, l’ultimo presidio, inviolabile anche per i tedeschi,  della città invasa dai nazisti.  Basterebbe la testimonianza di uno dei momenti più nobili della storia recente della città, per giustificare le proteste dei residenti di San Domenico davanti all’abbattimento di simboli di un’epoca che è difficile e neppure giusto rimuovere.  Che a Siena rispettino i loro santi è ,più che legittimo, doveroso. Ma non meno doveroso sarebbe che negli uffici della Soprintendenza, ammesso che li conoscano, rispettassero anche la memoria dei grandi aretini, anche quelli del nostro tempo. E certo avrebbero qualche difficoltà a conciliare l’ok all’abbattimento dei pini storici di  Padre Caprara con il divieto imposto dieci anni al Comune di Arezzo  di sostituire  i lecci di Piazza Guido Monaco con piante a foglia larga e caduca. Una soluzione auspicata anche da esperti di architettura e urbanistica del verde, più che mai opportuna in coincidenza con il restauro incorso della Piazza. E che avrebbe risolto problemi anche di sicurezza, con la piazza invasa in inverno dalla luce naturale e in estate protetta dall’ombra di piante a foglia larga.  Ma cambiano le soprintendenze, cambiano i  loro criteri di giudizio sui valori storici anche delle piante. E i lecci di Piazza Guido Monaco, piantati negli anni cinquanta, secondo la soprintendenza  di dieci anni fa, erano troppo “storicizzati” per essere sostituiti con  piante a foglia caduca. Pazienza se nel frattempo il Comune deve ogni anno mobilitare ditte specializzate per rasare i lecci come un siepone che sembra una fila di palazzi. E pazienza se ogni anno uno dei lecci muore perché non sopporta la rasatura. E’ la storia che scorre. E che nonostante la ferita dell’abbattimento dei pini non si cancella in via Padre Caprara.

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