Città chiusa per fango

Città chiusa per fango

03.09.2017 - 18:01

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Gli esperti dicono  che eventi come l’alluvione di Arezzo del 1934 capitano con una frequenza trentennale: per fortuna sono passati più di ottanta anni e l’evento non si è ripetuto.  Tutto fa sperare che di anni ne passino almeno altri ottanta.  Non c’è però bisogno di esperti  e c’è poco da sperare per calcolare la frequenza con la quale tonnellate di acqua e fango trasformano mezza città in palude, le strade in fossi, i negozi in ripostigli di melma. Basta tenere il conto degli anni che passano tra una  manutenzione e l’altra dei tombini e delle griglie, che servono solo per buttarci la carta e le cicche.  Per avere il conto esatto, basta informarsi da chi in questi giorni  in via Garibaldi –Sant’Agostino , sta ancora lavorando per liberare il negozio o il bar dall’acqua e la melma, che non hanno trovato altre vie d’uscita se non appunto i negozi e gli scantinati. Non si dovrebbe andare più indietro di quattro anni. Più indietro, ma di molto, bisogna, invece andare per calcolare la frequenza dell’invasione di acqua e fango nei meccanismi delle scale mobili, già bloccati da un nubifragio nel 2004, il giorno dopo l’inaugurazione. Per fare la  cronaca e la storia di Arezzo allagata ci vorrebbero, insomma, tante pagine. Senza dimenticare  quella che riguarda il sistema fognario della città, alla quale il sindaco Ducci ha lasciato  negli anni 80 un’opera idraulica  come il collettore fognante, che attraversa la città dalla Parata fino alla ex Bastanzetti, frutto di una tecnologia avanzata, in grado di raccogliere volumi di acque reflue ben diversi da quelli di una bomba d’acqua. Una pagina che stona tra quelle della cronaca di vie, piazze e negozi allagati, pagine tutte più o meno drammatiche,  nessuna sconcertante come l’ultima ancora aperta al contrario del bar di Sant’Agostino che avverte clienti e turisti della sua chiusura “per alluvione da nubifragio”.  Nessuna come quella  che la città, per  la cronica incuria dei tombini, senza i quali non c’è sistema fognario che tenga, e per la sottovalutazione delle ripetute allerte maltempo  lanciate tempestivamente dal servizio meteo della Regione, offre ai turisti proprio nei giorni in cui dovrebbe offrire il meglio di sé.  Ai turisti che arrivano alla stazione e non si aspettano di trovarci il Canal Grande  e le onde che arrivano dalla piazza, ma anche a quelli che con l’auto hanno fatto retromarcia di fronte ai sottopassi con due metri di acqua. Una pagina sporca di fango per tutti, acqua e terra preziosa come quella della lizza del Saracino  non abbastanza protetta perché non fosse  trasformata in un fiume di melma verso Corso Italia, scritta sulla pelle di chi in questi giorni opera con il turismo, e sulla immagine deturpata di una città che vuol far festa. Anche sopra i tombini intasati.

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