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Visco, Renzi e BancaEtruria

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Romano Salvi
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Renzi ci ha provato. A cacciare Ignazio Visco da Banktalia poteva provarci anche prima, quando, invece che Gentiloni, era lui presidente del consiglio. Sarà una coincidenza, ma a provarci per dare a Bankitalia tutte le colpe dei terremoti bancari e della fine di Bancaetruria alla mancata vigilanza di Bankitalia, ha aspettato di partire con il Treno Direzione Italia per l'avvio della campagna elettorale. Confermato o no da Gentiloni e dal presidente della Repubblica, non è difficile immaginare che Visco  resterà nel mirino del treno della campagna elettorale che, per evitare le contestazioni delle vittime del salvabanche, viaggia in incognito: avrebbe dovuto fermarsi anche ad Arezzo il 4 novembre ma viene dato in forte ritardo, almeno di un mese. Ma se il treno deve viaggiare in incognito per evitare le contestazioni di chi ha fatto un bagno di sangue sulle banche messe in risoluzione, Renzi deve faticare tanto a tirarsi fuori da quel bagno di sangue. Che anche Bankitalia, come il treno di Renzi, abbia accumulato pesanti ritardi nel tentativo di portare in salvo BancaEtruria, dopo aver rilevato con i suoi ispettori che per salvarla erano necessarie cure forti e urgenti, non era del resto un mistero da molto tempo prima che Renzi attaccasse Visco. Che si decise a commissariare BancaEtruria  più di un anno dopo aver rilevato con i suoi ispettori che  “bisognava mettere in atto in tempi brevi tutte le iniziative necessarie a definire un processo di integrazione e/o aggregazione  con un gruppo di levato standing”. Per la verità se i tempi non furono né lunghi né brevi, se alla fine il Cda di cui era vicepresidente il papà del ministro delle riforme, Maria Elena Boschi, respinse l'offerta di acquisto per contanti sul 90 per cento delle azioni a un euro per azione, la colpa non fu di Bankitalia che anzi aveva promosso l'operazione. Né fu colpa di Visco se, come riferisce il commissario liquidatore di BancaEtruria, il no a Vicenza provocò un mancato introito di 220 milioni di euro. L'accettazione dell'offerta sarebbe stata una manna per i 65mila azionisti, ma avrebbe messo in salvo anche i risparmi degli obbligazionisti, oggi tutelati da BancaIntesa che ha incorporato Popolare di Vicenza. Salvata con i soldi pubblici, così come Mps e Veneto Banca.  Bankitalia non può insomma sottrarsi dalle colpe della fine di BancaEtruria: ma quelle di Renzi, presidente del consiglio, che con il suo ministro Padoan firmò il 22 novembre del 2015 con il decreto salvabanche la fine di BancaEtruria, Banca Marche, Cariferrara e Carichieti varando in realtà  il  bail in, il primo e il solo mai applicato in nessun'altra parte d'Europa, cominciano da dove finiscono quelle di Visco. Quelle del governatore della Banca d'Italia erano già finite quando Renzi e Padoan  rifiutarono il salvataggio del Fondo interbancario che si era offerto con tre miliardi e mezzo, coperti dalle più grandi banche italiane: miliardi pubblici , secondo l'Ue, più pubblici di quelli pubblici già usati da Angela Merkel per salvare le sue Sparkassen.  “Solo piccoli cavilli” aveva definito le eccezioni dell'Ue  il presidente dell'Abi, Antonio Patuelli. Per Renzi e Padoan ostacoli insormontabili. Per 65mila soci e quattromila obbligazionisti  azzerati di BancaEtruria un bagno di sangue. Nel quale non è affogato Visco, ma non vuol affogare neppure Renzi.