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Il verbo di Benigni e il silenzio di Dio

Guido Barlozzetti
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“Il senso di tutto è nel silenzio, non nel frastuono”. Roberto Benigni lo dice quasi alla fine della prima delle due lezioni prenatalizie dedicate ai dieci comandamenti. Sta parlando del terzo, quello che tradizionalmente viene sintetizzato in "Ricordati di santificare le feste". Nel testo che cita, si ricorda il settimo giorno che Dio chiede di dedicare al riposo, come lui ha fatto dopo i sei giorni della creazione. Al riposo e al silenzio. E il silenzio significa il contrario del rumore, del chiasso, del fracasso, dello strepito, del vocìo, della chiacchiera. Quella che ci avvolge ogni giorno, trasportata dai mezzi di comunicazione e dilagante attraverso le conversazioni-vetrina-specchio dei social network. Il settimo giorno va tolto alle occupazioni del resto della settimana, dunque alla fatica del lavoro, e consegnato ad un tempo diverso, non segnato dall'utilità e dalla necessità, ma alla gratuità del riposo e del silenzio. Sarebbe perfino banale dire che quando Benigni fa questa sottolineatura è da quasi due ore che sta riversando un fiume di parole sul pubblico che lo ascolta con adorante attenzione nello studio di Cinecittà e di lì sui milioni che lo guardano in tv. Un flusso pieno di entusiasmo, nel senso quasi etimologico di un termine che parla dell'immedesimazione in Dio, di gioia, stupore, meraviglia, incantamento di fronte al testo del Decalogo. Benigni ne legge e commenta ogni parola, sempre sottolineandone la necessità stupefacente, parole che schiudono un orizzonte nuovo e a cui non si può né aggiungere, né togliere. E come potrebbe essere diversamente, visto che stiamo parlando delle parole di Dio! “Straordinario” è l'aggettivo che più ricorre, nello sforzo appunto di marcare l'eccezionalità delle tavole della Legge e la rottura potente che introducono nella vita del popolo di Dio e dell'uomo. Benigni è un tramite, si offre come chi, trovandosi di fronte a un portento, si assume la missione di illustrarlo e tradurlo ai più che lo seguono. Un mediatore, sia detto senza paradosso, tra la parola di Dio e noi e, quindi, un sacerdote che usa se stesso, la sua popolarità, il patto di fiducia che lo lega al pubblico per raccontare dell'immenso patto con cui Dio ha legato e si è legato agli uomini consegnando a Mosé i comandamenti. E svolge il compito che si è assunto con il massimo della partecipazione e del coinvolgimento suo e della platea che lo guarda. E' quella nota sul silenzio che introduce un elemento di riflessione che non vuole affatto diminuire l'operazione, ma tocca semmai una questione che non nasce certamente oggi e che la nostra rumorosa civiltà della comunicazione porta ad un estremo per certi versi inquietante. E' Dio stesso, nel secondo dei comandamenti, a ricordare di non nominarlo invano. Ecco Dio, se va nominato, va nominato... a proposito. Il suo nome, quale che sia, non va gettato nel mare della chiacchiera, ma va custodito, protetto e rispettato. Dio non è una formula, un contratto rassicurante, un talismano, è l'infinito nel quale ci si può avventurare solo nella consapevolezza della distanza che separa il nostro desiderio di lui. Dunque, rischio e silenzio. Ecco il limite della parola che spiega e vuole spiegare, che è anche il limite di una ragione che non conosce limiti e pretende di ricondurre tutto a sé e alla sua parola. Così come Dio non è un altoparlante che tuona e spiega, la nostra ragione non ha la chiave d'accesso che tutto apre. C'è un resto, infinito, che non torna e non lo possono riempire le parole, per quanto consolanti, accattivanti e, come accade nella quotidianità mediatica, inesauribili e vuote, tanto più vuote quanto più piene, nella loro arroganza di dire, spiegare e riempire. Benigni ha, forse involontariamente, messo in scena e tentato di risolvere il paradosso della parola/Parola nel luogo dello svuotamento di ogni discorso. La televisione, ieri e ancora per un po', e la rete, oggi e domani. Ha inneggiato, si è meravigliato, ha sovrapposto le sue trascinanti parole a un mistero. E anche lui, alla fine, dopo essersi impegnato allo stremo, dopo avere detto e ridetto, ha dovuto tacere. [email protected]