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Una prova di maturità

Guido Barlozzetti
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Il ddl Cirinnà oggi arriva alla prova che dovrebbe essere definitiva del Senato. Ci arriva sull'onda estenuante di polemiche, discussioni, confronti, diktat, dichiarazioni all'arma bianca che dicono di quanto sia stato complicato l'iter del provvedimento. Sappiamo del nodo della “step child adoption” che è diventato il campo di battaglia decisivo, il Piave su cui si resiste e o si cede al nemico. Grosso modo, siamo a questo punto, d'accordo sulle unioni civili, ma sull'adozione da parte del partner del genitore di un figlio, da riconoscere anche alle coppie omossessuali, siamo ancora in alto mare. Una linea di discrimine dietro alla quale si rivelano svariate contrapposizioni che riguardano la cultura complessiva del nostro paese. Chi vede dell'articolo in questione una garanzia per i diritti di figli che altrimenti sarebbero discriminati rispetto a tutti gli altri e chi, invece, lo considera un escamotage per una compravendita di bambini e l'introduzione surretizia in Italia della pratica dell'“utero in affitto”. Su questa linea se ne sovrappone un'altra: da un lato, una visione che apre il perimetro tradizionale della famiglia a situazioni che vanno al di là del cerchio della eterosessualità e si batte per un'estensione dei diritti eliminando marginalità e pregiudizi, dall'altro, una munita torricella a difesa della trinità madre-padre-figli. In questi giorni, abbiamo sentito di tutto, dalla difesa a spada tratta dell'alcova familiare etero, viariamente benedetta da Dio e dallo Stato, a riflessioni su una configuzione della paternità e della maternità non necessariamente e rigidamente ancorate alla sessualità del maschile e del femminile. Ora, è chiaro che qui è in gioco un'idea dei rapporti umani che ripropone ancora una volta una querelle fondamentale che contrappone, non da oggi, una concezione religiosa della vita e delle relazioni familiari alla modernità che, nella sua complessità, si preoccupa delle differenze e, fra gli altri percorsi, perché è doveroso ricordare ambiguità e contraddizioni a volte terribili, ne instaura uno non solo di tolleranza, ma di riconoscimento e di democratica inclusione in una comunità rispettosa della diversità e dell'altro. D'altra parte, se tutto ciò è vero, è vero anche il fatto che spesso - è questo uno dei casi - ci ritroviamo all'interno di una fronteggiamento manicheo che taglia subito via dalla discussione l'attenzione alla complessità, l'ascolto della singolarità delle situazioni, una visione non schematica e stereotipata dei rapporti fra la volontà individuale e quella collettiva. Eppure, sui diversi fronti, ci sarebbero percorsi che potrebbero sottrarre il dibattito all'urgenza strumentale e alla polemica chiassosa e di corto respiro. Papa Francesco non cessa di ricordare la misericordia come un valore che, nella dogmatica delle posizioni ecclesiali, consente di accogliere e riconoscere. Così come, il pensiero laico più consapevole ricorda quanto sia necessario confrontarsi con la liquidità del mondo contemporaneo e costruire politiche in progress che vadano nel senso della estensione dei diritti (e naturalmente dei doveri connessi) senza barricate e astrazioni di principi che a volte, purtroppo è successo.., possono diventare pericolosamente totalitari. Alla politica, credo, questo si debba chiedere, di interpretare, la realtà e di pro-gredire. E di non nascondersi dietro l'alibi del voto segreto e la convenienza di trasversalità che non hanno il coraggio di dichiararsi.