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Fuocoammare e l'occhio pigro

Guido Barlozzetti
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Fuocoammare è un film obbligatorio da vedere. E' una necessità e un dovere, direi addirittura un'imposizione per tutti, perché tutti dovrebbero confrontarsi con queste immagini. Se non siamo a Lampedusa, sulla striscia di questa isola in mezzo al Mediterraneo che la geologia ha voluto a metà strada fra l'Africa e l'Europa, almeno sediamoci per una sera sulla sponda del cinema e guardiamo. Gianfranco Rosi, il regista, ha abbandonato certe leziosità un poco gratuite di Sacro Gra, che pure era un viaggio nel cerchio dell'umanità che si raccoglie e si perde attorno al Grande Raccordo Anulare di Roma. E' rimasto per un anno sull'isola, come facevano i documentaristi di una volta, che non arrivano con la macchina da presa, catturano la superficie più appariscente, ci mettono un commento sopra e via. No, lui che è più e meno di un documentarista, su quel punto in cui la verità e la finzione si sublimano in qualcosa d'altro, si è calato nella vita dell'isola per capire l'anima degli isolani, che non sono solo i lampedusani, ma siamo noi con le paure che non vogliamo ammettere, rinchiusi nel fortino delle nostre sicurezze e poco disposti ad aprire le porte e a condividere con gli altri. Lampedusa ci ricorda il mare che è intorno a noi, comunque, anche quando abbiamo i piedi piantati nella terraferma, il mare che è grande e immenso, incombe e fa paura, la paura della nostra fragilità che può soccombere a un'onda, il mare che in guerra si illuminava di fuochi, il mare in cui si immerge il pescatore dei ricci ogni mattina all'alba con la sua torcia di luce che cerca di illuminarne l'oscurità. Rosi costruisce quadri di vita che diventano dei fili che si distendono e si sfiorano, gli interni delle case con una coppia di anziani che prende un caffè, la voce di una radio, il medico Pietro Bartolo, l'unico medico dell'isola che racconta con tono dolente e commosso della tragedia di chi arriva, dei cadaveri dei grandi e dei piccoli che il dovere gli impone di dissezionare e del fatto che non ci si fa mai l'abitudine.. E poi c'è Samuele, un bambino che ha passa il tempo a cacciare gli uccellini con una fionda, con il candore remoto di chi non conosce lo sfavillio della rete e si accontenta di quello che una storia antica gli da, la sua famiglia con cui mangia una pasta con le seppie, tirando su con un sorso lo spaghetto, il padre che gli dice di andare sul pontile per abituarsi alla barca che oscilla sulle onde e lo fa vomitare, la maestra a scuola e l'occhio pigro, perché Samuele un occhio non lo usa più e l'oculista gli benda quello buono per riabituarsi e riacquistare la vista nella sua completezza. Quello che noi dovremmo fare di fronte a questa lenta immersione nella profondità antropologica e quotidiana di questi volti lampedusani e al tempo stesso universali. Come i migranti che arrivano e che Rosi ci fa vedere dal momento in cui vengono intercettati fino allo sbarco. Nessuna retorica, l'occhio che registra, la paura di chi è a bordo di una carretta stracarica che da un momento all'altro potrebbe affondare, il trasbordo sui gommoni e sulla nave, i volti consumati, stanchi, disperati, i corpi stremati e quelli di chi non ce l'ha fatta, le immagini terribili e “oggettive”, gelide, della stiva con il groviglio dei cadaveri. Il nostro mondo si presenta con la maschera asettica e bianca dei soccorritori di contro all'umanità scura dei migranti. Alla fine Samuele nel buio illumina un uccellino e lo accarezza e l'ultima cosa che vediamo è l'immensità del mare.