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La classifica della (in)felicità

Guido Barlozzetti
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Non siamo un Paese felice. Nella classifica a cura della Sustainable Development Solutions Network dell'Onu siamo molto indietro e bisogna risalire al cinquantesimo posto per trovarci. Ora, sappiamo che il periodo non è favorevolissimo, che la disoccupazione giovanile non diminuisce, la corruzione non arretra, la macchina dello stato non funziona, il deficit pubblico è una voragine, eccetera eccetera, e che quindi non dovremmo stupirci della posizione. D'altronde, basta passeggiare per le nostre città, annusare l'aria e scambiare qualche impressione con chi capita, per rendersi conto del concentrato di incazzatura, delusione, rabbia, impotenza che grava sulla Penisola tutta. Siamo molto lontani da Danimarca, Svizzera, Islanda e Norvegia che capeggiano l'elenco, paesi che appartengono all'area scandinava, Svizzera a parte, l'area del welfare efficiente e delle storiche socialdemocrazie, diventata anche un luogo comune di funzionalità e esemplare gestione della cosa pubblica. Se appena si allarga il quadro, troviamo Finlandia, Canada, Olanda, Australia, Nuova Zelanda e Svezia. Paesi che - anche senza ricerche approfondite - non da oggi si segnalano per l'equilibrio sociale e politico e i livelli di ricchezza e buona amministrazione. Ma cosa vuol dire misurare la felicità di un Paese? Quale termometro è stato usato per redigere la classifica? Come si fa a tradurre in un dato oggettivo la percezione che si ha della propria vita e della dimensione collettiva nella quale si svolge? Il rapporto ha usato sei indicatori: reddito, libertà nelle scelte di vita, assenza di corruzione, aspettativa di vita in buona salute, qualità della vita di relazioni e generosità. Uno schema possibile, che vuole uscire dalla trappola del Pil come unico dato di riferimento. Uno schema utile e però, date le premesse, inevitabilmente limitato. I filosofi, in modi diversi e in tutte le epoche, si sono molto impegnati sul tema della felicità: chi l'ha collegata alla stabilità di una vita virtuosa, capace di essere indifferente rispetto alle tempeste del mondo, chi ne ha spostato il traguardo nell'al di là o in un'utopia che poteva essere quella della rivoluzione - ma troppe repliche ci hanno deluso.. - chi si è affidato a mani invisibili che misteriosamente trasformerebbero i vizi privati in pubbliche virtù.. Di certo, storicamente, la felicità è sempre stata messa in relazione con un'idea forte del soggetto o della società, condizioni che, stiamo generalizzando certo, cominciano a diventare sfuggenti, dalle scissioni del romanticismo per arrivare alla cultura della crisi della contemporaneità che prende atto delle contraddizioni dergli slanci progressivi della modernità. Mi rendo conto che queste considerazioni stanno all'interno dell'Occidente, ciò che accentua ancor più il malessere, oggi che la globalità riscrive, mescola e complica i confini, fa parlare di scontro di civiltà, e certifica che la Storia come qualcuno si era illuso non è affatto finita con la caduta del Muro, anzi.. L'Italia in tutto questo mi pare un paese paradossalmente privilegiato, nel senso che si ritrova sulla faglia del terremoto in atto e ne sconta le conseguenze, frutto di una singolare mescolanza fra contraddizioni antiche - qualche esempio? lo scarso senso istituzionale, la divaricazione fra pubblico e privato, una latitante etica dell'impresa e dell'etica in generale, l'irrisolto problema di coniugare cattolicesimo e modernità.. - e nuove: il terrorismo, le migrazioni, la divisione tra Nord e Sud del mondo, la finanza scollata dalla realtà.. Non se questo intreccio di fattori possa spiegare il cinquantesimo posto, di sicuro spiega come stiamo.