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Siamo all'alba o al tramonto della politica?

Guido Barlozzetti
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Si volta un'altra pagina? In una storia che è diventata l'effimero della cronaca nuovi attori salgono sulla scena della politica e altri che sembravano vincenti devono arretrare. Hanno vinto i Cinque Stelle, ha perso Matteo Renzi questa è la sintesi brutale e evidente delle votazioni di domenica scorsa. E subito è partito il gioco del pollice su, pollice verso. Feste, abbracci, cori irridenti, gioia legittima, Virginia Raggi è la prima donna sindaco di Roma e Chiara Appendino abbatte Piero Fassino e si insedia a Torino. Unico lenimento per il presidente del consiglio nonché segretario Pd è il successo, certo non dilagante, di Beppe Sala a Milano. Stiamo ormai dentro una storia che si fa con i titoli dei giornali e a colpi di scoop che durano lo spazio di un mattino, oggi vinci e perdi nel giro di qualche mese e il salto dagli altari alla polvere non ha bisogno dei decenni che un tempo impiegò Napoleone. Si parte per la tangente che incorona a salvatore della baracca e si precipita in un attimo, trangugiati da un'ansia collettiva che non aspetta altro che di infatuarsi e, alla prima disillusione, di revocare la cambiale in bianco. Sarà antropologia spiccia, però racconta di un pezzo dell'anima di questo Paese. Sto dicendo di un fenomeno generale che non implica un giudizio di valore su questo o quel partito, partito. Già, la categoria del partito ormai non esaurisce più il panorama della politica a fronte di un movimento, i Cinque Stelle appunto, che non si presentano con gli apparati tradizionali e mettono insieme internet e rivendicazioni di etica politica, o all'appello diretto al popolo del riconfermato sindaco di Napoli De Magistris, in un'investitura che bypassa gli schieramenti e ricorda la Plebe all'assalto del Palazzo. Sarà il tempo a dirci quale sia il confine tra i segnali del rifiuto delle forme storiche e tradizionali che hanno mediato tra società e rappresentanze politiche, e l'urlo di una demagogia che si sente autorizzata a vedere regimi ovunque, dallo sfacelo di una politica autoreferenziale e dalla corruzione dilagante. Cambiare, bisogna cambiare, e però la spirale rischia di divorare gli stessi profeti del cambiamento, perché la posta si è alzata, non si sta a distinguere e a fare differenze, si va giù con l'accetta e si allarga il varco fra i nostalgici del dialogo e della mediazione democratica - con le tante, troppe occasioni che hanno perso - i campioni di una società liquida e desiderosa di modernità che però non fa i conti con le povertà avanzanti, le paure diffuse e l'odio verso la politica come privilegio e affare, e infine i nuovi campioni che emergono dalla crisi e dalla sfiducia con l'impeto di chi non farà prigionieri, li trasformeremo tutti in persone perbene, ha detto Grillo. E il 50% che non vota. Noto il potere di erosione dell'orologio che in due anni rischia di aver logorato il leaderismo iperpersonalizzato di Renzi. Credo che sia il caso di dare tempo allo slancio dei Cinque Stelle chiamati, anche in prospettiva, a risolvere l'equazione assai complicata tra movimento e governo. Constato che la politica italiana è spaccata e frammentata: i cantori del nuovo presi nel guado di un partitismo che declina ma resiste, il paradosso di chi governa e che nell'orgia dei compromessi rischia di venire risucchiato dalla conservazione, i new comers che adesso devono essere capaci di tradurre la rabbia e l'invettiva in un progetto di paese. Al di là delle retoriche, l'ultima delle quali è quella del potere di tutti - di chi? dei nostri? di tutti? - magari facendo click sulla rete, mentre qualcuno governa l'algoritmo.