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L'ambigua serialità dei terroristi

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Guido Barlozzetti
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Assalti, aggressioni ed esecuzioni non solo continuano a ripetersi, ma alimentano l'impressione di essere entrati in una spirale senza limite, che ormai attraversa tutte le giornate su una mappa che non ha confini. Nizza, Monaco, Ansbach, ieri Saint-Etienne de Rouvray in Normandia (tolgo gli ottanta morti di Kabul perché non è.. casa nostra). Luoghi diversi, stessa dinamica, posti frequentati, si tratti di eventi o mezzi di comunicazione, di chiese o supermercati, qualcuno entra, in genere da solo, grida questa o quella invocazione, e procede: può farsi saltare in aria, prendere un camion e investire la folla, maneggiare un'accetta, smitragliare con il kalashnikov, brandire un coltellaccio e tagliare un gola.. Dopo di che si uccide o si fa ammazzare. Poi, comincia un rituale nuovo. Intanto, cautela, pensarci bene prima di dire quello a cui tutti pensiamo, che si tratta di un attentato terroristico. Un po' perché i mezzi di comunicazione cominciano ad avere qualche dubbio sul fatto di assecondare subito con il loro amplificatore queste gesta e si domandano se la loro cassa di risonanza non sia presa in una tremenda concatenazione causa-effetto, per cui più ne parliamo più facciamo venire voglia di replicare a chi non aspetta altro per agire e dire al mondo che esiste. Un po' perché comincia a complicarsi il profilo di questi soggetti. Loro stessi contribuiscono alla confusione, gridano il nome del loro Dio e poi, con cronometrica precisione, arriva a stretto giro la rivendicazione dell'Isis, che ormai non deve fare altro che mettere il cappello su queste imprese. Non deve programmare né organizzare, il meccanismo è partito, il mondo è pieno - lo stiamo scoprendo - di soggetti agitati da questo istinto omicida e suicida al tempo stesso. Non è nemmeno necessario che ci sia un contatto, il circuito mandante-esecutore si attiva automaticamente. Ho detto confusione, per esempio uno di questi macellai aveva un'ammirazione per Anders Breivik, il lucido massacratore di Utoya. Nulla a che vedere con l'Isis, piuttosto un pianificatore della strage, convinto di essere il salvatore del mondo dalla decadenza cristiana e borghese. Insomma, senza generalizzare, ci troviamo in un'area di ambiguità in cui la violenza per certi versi naif si mescola alle strumentalizzazioni e sul disagio della vita e della mente cresce un super-io che convince a armarsi e a far pagare al mondo la sua colpa, quello di essere come è, e cioè antitetico al mio, o perché mi esclude, o perché è corrotto e sordo alla Verità. Ora, si tratta di capire quanto il cerchio del disadattamento, della rabbia, della frustrazione, della vendetta sia sovrapponibile a quello del terrorismo e fino a che punto l'uno non sia l'alibi dell'altro. Ti odio perché mi ignori, mi hai maltrattato, perché sei felice e io no, o perché sei un infedele, poco importa che tu sia uomo, donna, bambino, e dunque ti devo eliminare perché questa è la missione che mi è stata (mi sono) affidata? Di certo, nelle nostre società certi estremi che incubavano si stanno svegliando e mettono drammaticamente a nudo la mancanza strutturale di dialogo e scambio su cui sono state costruite, il gap tra individuo e comunità, l'incapacità di fare della cultura non uno scaffale polveroso ma l'orizzonte aperto e sedimentato nel tessuto sociale che favorisca una propensione all'accoglienza, all'incontro, all'ascolto della diversità quale che sia. Un primo passo, subito, smettiamola con i titoli a effetto e con lo stupore, e guardiamoci intorno, senza cedere alla tentazione di sbarrare la porta e guardando senza paura nel silenzio a volte rabbioso e disperato che ci circonda.  [email protected]