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Il break delle Olimpiadi

Guido Barlozzetti
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Volendo, e avendo tempo, le Olimpiadi non finiscono mai. Un flusso ininterrotto ti arriva a casa e scandisce l'agenda della giornata, dalla mattina a notte inoltrata. Aleppo è vicina al collasso, due milioni di persone sono senza viveri, i migranti continuano a trovare frontiere chiuse, Putin incontra Erdogan per ricordarci quanto preoccupante sia la geopolitica del mondo, ebbene, le Olimpiadi arrivano e, dipende solo dalla decisione del telecomando, possono diventare un break che rimuove tutto il resto e spalanca in casa il mondo parallelo dei Giochi. Ora, questa interruzione non è cosa nuova, con alcune differenze significative. Nelle edizioni originali, infatti,lo spettacolo e il rito delle Olimpiadi si imponevano, ma in modo diverso. L'evento sportivo non si sovrapponeva ai drammi e alle guerre, semplicemente si inseriva come una pausa in cui i combattimenti cessavano e l'attenzione si concentrava sulle gare. Non a caso, parliamo di una vera e propria cerimonia, i giochi si svolgevano in onore di Zeus e, dunque, lo spirito religioso era il collante culturale dei giochi, in cui si riconoscevano i grandi campioni che venivano a Olimpia dalle città greche. Anche questa è una differenza da sottolineare, alle Olimpiadi antiche erano ammessi solo i greci liberi, di tutte le città e le colonie greche, il mondo era quello, il resto erano i "barbari", coloro che non parlavano la lingua greca. Oggi, a ogni edizione si sottolinea il record delle partecipazioni nazionali, fra cui anche paesi in guerra fra loro. Ma sarebbe sbagliato pensare a Olimpiadi depoliticizzate. Non è così, come dimostrano la storia e l'attualità: l'esibizione del nazionalsocialismo a Berlino nel 1936, la reciproca autoesclusione degli Usa da Mosca nel 1980 e dell'Urss da Los Angeles nel 1984, la potenza ideologica del confronto sportivo fra le due superpotenze nei decenni della Guerra Fredda. La politica non è mai stata lontana dalle Olimpiadi, l'assegnazione delle sedi è uscita sempre dal punto di composizione di interessi politici, pressioni commerciali, spinte di un sistema mediatico sempre più invasivo e onnipotente. La stessa scelta del Brasile si colloca nel quadro di una mappa globale in divenire in cui quel paese era, al momento della decisione, uno dei campioni delle nuove potenze emergenti (sappiamo le difficoltà di oggi, dalla delegittimazione del presidente Lula all'impeachment di Dilma Rousseff). Siamo lontani migliaia di anni e forse non abbiamo tutte le conoscenze per capire fino in fondo la cultura delle Olimpiadi antiche, però sarebbe straordinario pensare allo sport come a un'identità trasversale a tutti i paesi, talmente condivisa, nel nome della comune umanità e della lealtà di un confronto, da fermare l'orrore. Si lotta, si combatte, vedete come il gergo sportivo si alimenta di quello bellico.., ma sui campi sportivi, nelle piscine, sulle corsie e le pedane dell'atletica, sul ring del pugilato, sul mare della vela.. Invece, in questa civiltà mediatica, le cose non si interrompono. Le guerre vanno avanti esattamente come il flusso delle news. Semmai, l'apparato dello spettacolo è in condizione di allestire un teatro a tempo pieno, in non solo le Olimpiadi, con profusione di immagini e copertura di tutte le gare. Dipende solo da te, se vuoi puoi isolarti dal resto delle cose, e immergerti nel flusso olimpico, in un racconto che certo può diventare fantastico, perché mette in gioco insieme alle medaglie, il coraggio, la forza di volontà, il sacrificio, il bisogno di andare oltre, il rispetto degli altri.. Delle guerre e del terrore, ne parliamo fra un mese.